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ARCHEOLOGIA SUBACQUEA:

di Michele Stefanile.

Michele Stefanile si è laureato con 110 e lode in Lettere Antiche presso l'Istituto Universitario Orientale di Napoli, con una tesi in Archeologia della Magna Grecia. Nel 2007 si trasferisce a Barcellona, per un master internazionale in Archeologia Subacquea, con tutti i grandi maestri della disciplina, e durante l'estate partecipa a una campagna di archeosub nelle acque catalane, a bordo della leggendaria nave Thetis. Attualmente è a Napoli, coinvolto in numerosi progetti e iniziative. Ha un blog personale sulla propria attività, raggiungibile a questo link: www.archeologiasubacquea.blogspot.com

L’archeologia subacquea è forse uno dei settori più affascinanti del già entusiasmante mondo dell’archeologia: sono davvero pochi coloro i quali non restano col fiato sospeso di fronte alla visione diretta o a racconti e immagini di relitti antichi, carichi di anfore, città sommerse.
Un’attrazione che dura da secoli, se consideriamo che le fonti antiche raccontano già per il mondo greco di abili apneisti impegnati nel recupero di oggetti preziosi, e che per il mondo romano ci restituiscono addirittura il quadro di una ben organizzata corporazione professionale, quella degli urinatores, che usavano immergersi per recuperare con grande profitto (quantificato da un importante testo noto come Lex Rhodia) i beni colati a picco.

Va subito precisato, però, che nonostante il grande interesse verso i tesori sommersi (rilevabile nel corso della storia in svariati episodi, tra cui quelli legati all’epopea della navi di Nemi, i cui tentativi di recupero hanno coperto mezzo millennio), l’archeologia subacquea vera e propria è nata molto recentemente: solo a partire dagli anni Quaranta, infatti, con l’invenzione dell’erogatore Cousteau-Gagnan, si è potuto iniziare a esplorare il fondo in condizioni più agevoli e sicure, e solo dagli anni Sessanta, grazie al genio pionieristico di grandi maestri come Nino Lamboglia e George F. Bass, si è cominciato a operare in ambiente subacqueo secondo i principi della scienza archeologica.

Mentre però i primi archeologi subacquei iniziavano a lavorare giudiziosamente sui relitti (a partire da quello di Albenga, che vide la vera e propria svolta dall’attività di mero recupero allo studio scientifico dei siti sottomarini), e sulle strutture sommerse (esemplare il primo lavoro condotto a Baia, nel Golfo di Napoli), spesso grazie all’aiuto per quell’epoca insostituibile di subacquei professionisti, contemporaneamente la diffusione crescente della subacquea e delle nuove attrezzature metteva improvvisamente alla portata di tutti relitti e carichi custoditi per secoli.
Un mare ricchissimo di storia come il Mediterraneo è stato saccheggiato per trenta – quaranta anni in una maniera spaventosa e indiscriminata. Interi relitti sono scomparsi in poche settimane, carichi di migliaia di anfore antiche, unite per duemila anni sul fondo del mare, sono andate a disperdersi nei mille rivoli del mercato clandestino, finendo ad abbellire ristoranti marinari e salotti di città.

Ora sembra che, lentamente, la mentalità stia iniziando a cambiare. Le agenzie di stampa di tanto in tanto battono ancora, purtroppo, la notizia di qualche tentativo più o meno riuscito di spoliazione sottomarina, ma si assiste finalmente anche al caso di sub e pescatori che denunciano direttamente alle Autorità nuovi rinvenimenti, senza toccare nulla.
Ciò avviene grazie alla sensibilizzazione operata negli ultimi anni, a tutti i livelli, da quelli ufficiali e istituzionali fino ai più piccoli diving, che gestiscono di fatto il rapporto con i sub, vecchi, nuovi e nuovissimi. E’ chiaro, infatti, che i centri subacquei, in cui si formano i futuri fruitori del mare, hanno un ruolo di primaria importanza nell’indirizzare  gli allievi verso il rispetto e la tutela per quello che è il nostro passato comune, e in questo senso va salutata senz’altro con piacere la nuova tendenza, emersa in numerose strutture, verso la creazione di corsi e minicorsi di archeologia subacquea. Lungi dall’essere corsi professionali abilitanti (la formazione dell’archeologo subacqueo, come ribadito anche in recenti convegni, resta una competenza esclusiva delle Università), questi piccoli ‘aggiornamenti’ sono di grande aiuto nel rendere i subacquei sportivi alleati della tutela piuttosto che nemici, anche in vista delle future scoperte.

Incontrare un giacimento inesplorato è in effetti ancora possibile, anche considerando il fatto che le nuove attrezzature e le nuove possibilità offerte dalla subacquea tecnica hanno reso accessibili nuovi fondali difficilmente raggiungibili dai sub dei decenni scorsi. La regola, come per qualsiasi ritrovamento archeologico che, è bene ricordarlo, appartiene sempre allo Stato, vuole che si denunci immediatamente la scoperta alle Autorità (si può contattare la Soprintendenza, ma si può anche semplicemente mettersi in contatto con i Carabinieri), avendo la cura di registrare con la massima precisione possibile la posizione  del rinvenimento. [ www.archeologia.beniculturali.it n.d.r. ] Chi asporta un reperto per portaselo a casa, pur essendone lo scopritore, commette un reato, a tutti gli effetti. Registrate le coordinate e fissato il punto, non si deve assolutamente toccare nulla: recuperare un oggetto dal fondo significa infatti sconvolgere i rapporti con il contesto e cancellare completamente, rendendole di fatto non recuperabili,  moltissime informazioni di fondamentale importanza per l’archeologo.

I subacquei sportivi, così come i pescatori, accuratamente sensibilizzati e istruiti a dovere, possono essere dei validissimi collaboratori per gli archeologi: sono loro, infatti, a conoscere nei minimi particolari i fondali, e a poter trasmettere le loro informazioni ai professionisti. Un grande progetto di mappatura archeologica sottomarina in corso in Italia già da alcuni anni (il progetto Archeomar) sta registrando un gran numero di nuovi siti anche grazie alle preziose segnalazioni dei fruitori del mare. Nei prossimi anni, c’è da scommetterci, l’archeologia subacquea avrà ancora molto da dirci.

 

Michele Stefanile
www.archeologiasubacquea.blogspot.com

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Come "5 Terre Academy" vi suggeriamo di stampare questa scheda di segnalazione da conservare nel proprio log-book e di utilizzarla per la denuncia di un rinvenimento archeologico.

 

(cliccaci sopra per visualizzarla e stamparla, ricordandoti di inserirla nel tuo log-Book).

 

Inoltre, qui di seguito vi riportiamo anche la Tavola Dressel, comunemente utilizzata per la classificazione delle anfore.

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La tabella esemplifica la prima classificazione delle anfore romane proposta dal Dressel nel 1899 nel suo Corpus inscriptionum latinarum.
Le anfore sono catalogate per tipo, non nell'ordine cronologico dei ritrovamenti, e alcuni tipi apparentemente diversi sono poi risultati essere varianti di tipi già noti.
Successivamente gli archeologi Lamboglia e Benoit hanno modificato la catalogazione proponendo un raggruppamento secondo criteri crono-tipologici, come segue:

Anfore repubblicane:
1 - 3 (2 -3) - 5 (4 - 5 - 36 - 44 - 45) - 28 - 35

I sec. d.C.:
6 (6 - 15) - 7 (7 - 8 - 9 - 10 - 11 - 41) - 12 (12 - 13) - 14

II-III sec. d. C.:
20 - 23 - 25 (24 - 25 - 40) - 26 - 32

Epoche successive:
16 (16 - 17) - 18 - 19 - 21 (21 - 22) - 27 (27 - 37) - 29 (29 - 31) - 30 - 33 - 34 - 38 - 39 - 42

I numeri in parentesi indicano raggruppamenti di uno stesso tipo, che sono risultati appartenere al numero che precede le parentesi.
Ai numeri mancanti non è stato possibile attribuire una collocazione cronologica precisa.

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