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Nell’apnea tutto è finalizzato alla semplicità ed alla praticità, a differenza di quello che si vede nelle immersioni con respiratore: tra bombola, erogatori, gav, gran facciale, sistemi di telecomunicazioni, computer, torcia, videocamera, fotocamera, scooter subacqueo e per finire muta stagna, il contatto con il mare ed il piacere di “sguazzare” liberi sparisce (quasi) completamente.
Il fascino dell’apnea sta proprio nella possibilità di trasformarsi in acqua, di apprezzare la semplicità dei gesti come un moderno Glauco alla ricerca della profondità.
Una curiosità, in Inglese, lingua sempre avara di termini, esiste invece per descrivere l’apnea, una bella parola: Free Diving, immersione libera.
Da quando ci s’immerge solo per scopi ricreativi l’evoluzione dei materiali ha subito un’evoluzione sorprendente, dovuta alla conoscenza, alla ricerca, alla sperimentazione, permettendoci di avere oggi prodotti più performanti e soprattutto più sicuri.
Nell’epoca del consumismo, si pensa che non si può vivere senza questa o quell’ultima novità presentata da un’azienda, ci tengo, pertanto a sottolineare che, non è il materiale che fa un buon apneista, certo, lo aiuta a migliorare le proprie prestazioni, ma la differenza sta in come si usa. Pertanto, un corso di apnea, vale molto di più di una maschera o dell’ultimo modello di pale.
Quando ci apprestiamo a fare acquisti per il nostro sport, dobbiamo tener conto di alcuni parametri, cioè se vogliamo dedicarci all’apnea pura, alla pesca subacquea, o alla fotografia.
Partiamo dalla MASCHERA...

La prima maschera era la monogoogle che non comprendeva il naso, rendendo quindi impossibile la compensazione,e conseguentemente impossibile raggiungere determinate profondità. Sarà Luigi Ferraro che inventerà la “Pinocchio” ancora in commercio, in cui il naso faceva parte della maschera.
Dalle fotografie degli anni quaranta/cinquanta è interessante vedere gli “oblò” che si usavano allora, per scendere. Uno spazio enorme era compreso tra la lente e l’occhio, creando non pochi problemi di compensazione. Infatti, come ben sapete, man mano che si scende in profondità, bisogna compensare, oltre alle orecchie, anche la maschera. Questo perché, mentre si scende, il volume di aria interno, diminuisce, di pari passo con l’aumento della pressione. Per non incorrere nel tipico barotrauma comunemente chiamato colpo di ventosa, bisogna insufflare un po’ di aria al suo interno.
Pertanto, le maschere da apnea hanno un volume interno ridotto, riducendo così al minimo “lo spreco d’aria”. Tutte le aziende hanno nel loro catalogo tale prodotto, in più, alcune hanno maschere appositamente create per la pescasub, ovvero, oltre alla particolarità di avere un volume interno ridotto, hanno lenti inclinate, permettendo di ampliare il campo visivo.
Per l’apnea veramente profonda, c’è un altro prodotto: le lenti a contatto. Le prime furono utilizzate da Mayol, le sue erano lenti a contatto sclerali a piano inclinato. Esse, furono create dall’ottico marsigliese Pierre Mosse e riproducevano la membrana nittitante dell’occhio dell’alligatore del Mississippi. (secondo quanto scritto da Mayol stesso).
In seguito, altri atleti come Bob Croft e più recentemente Pelizzari, hanno utilizzato questa soluzione, ed oggi, malgrado il loro costo sia ancora molto alto, incominciano ad essere utilizzate anche da atleti che non sono di primissimo piano. In maniera artigianale, infatti, vengono inserite all’interno di un paio di occhialini da nuoto, che vengono indossati dopo averli riempiti di acqua dolce.
IL BOCCAGLIO:

Il boccaglio deve essere semplice senza corrugosità e filtri che fanno ristagnare acqua e sono assolutamente inutili. La parte che va in bocca deve essere in silicone morbido. Non deve essere troppo lungo ne troppo largo o corto. La lunghezza e il diametro sono importanti per una corretta ventilazione e sono in relazione allo spazio morto bronco-tracheale. La tabella qui di seguito aiuta per una corretta scelta:
| Mare mosso: |
più lungo. |
| Mare calmo: |
più corto. |
| In acque profonde: |
più rigido. |
| In acque calme: |
più morbido. |
I CALZARI:

I calzari devono essere semplici, senza suole, della misura giusta, affinchè una volta inserito il piede nella scarpetta non si formino pieghe sotto di esse.
I GUANTI:

Altrettanto utili sono i guanti, non tanto per la protezione termica offerta, ma perchè offrono una barriera contro potenziali incidenti quali punture da animali, escoriazioni e tagli.
IL COLTELLO:

Basta uncoltello semplicissimo e di dimensioni contenute, evitate coltelli tipo Rambo. L'importane è che da una parte abbia una lama normale e dall'altro lato invece, una lama seghettata.
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LE PINNE:
Il vero motore dell'apneista.
tecnopolimero
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vetroresina
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carbonio
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Se per la maschera la scelta è semplice ben più difficile è per le pinne, che possono essere considerate il nostro motore.
In commercio ci sono moltissimi prodotti, e spesso ci si lascia influenzare dalla moda del momento. Nella loro scelta bisogna tenere conto di moltissimi parametri, come il loro utilizzo, la capacità nostra di adoperarle, la forza che imprimiamo…insomma, prima di comprarle dovremmo provarne un bel po’ sotto la supervisione di un buon istruttore che saprà consigliarci in merito.
Innanzitutto ricordo a tutti voi, che è corretto provare una pinna con un calzare da 3 o 5 mm ricordandosi che deve stringere e non provocare dolore.
In commercio esistono tre materiali fondamentali, quali il tecnopolimero (generalmente la pala è un tutt’uno con la scarpetta) che facilmente si segna e si rovina, ed è adatto per chi comincia.
La vetroresina, che offre un buon rapporto prezzo/qualità ed il carbonio.
Il carbonio…per esso ci vuole un discorso a parte, è il cosiddetto “prodotto del momento” ci sono pale ottime, ed infatti tutti i professionisti usano il carbonio, ma è abbastanza fragile, non adatto, soprattutto a chi pratica la pesca in apnea, visto che il contatto con gli scogli, con la pesca in tana è frequente.
Inoltre, ormai tutte le società offrono pale in carbonio, di dubbia garanzia sulla qualità del prodotto e soprattutto sulla resistenza, sicuramente buona parte di esse sono superiori alla vetroresina solo nel prezzo.
Attualmente, nel mondo delle competizioni, si utilizza la monopinna, che garantisce risultati decisamente superiori.
La sua comparsa nel panorama delle competizioni, in prestito dal nuoto pinnato, avviene grazie a Rossana Maiorca, che la utilizza per prima, poi anni di silenzio, per tornare nel 2001 al Campionato del Mondo dell’AIDA grazie ad Herbert Nitsch.
In una recentissima intervista a William Trubridge, ho chiesto appunto il futuro delle bi-pinne nel mondo delle competizioni, questa la sua risposta: “In Dahab l'anno scorso ho fatto -88mt con le “Gara” [pinne in tecnopolimero n.d.r.] . Verso la superficie ho dovuto cambiare stile e passare al “delfinetto” perché le mie gambe erano troppo stanche, poi ho dovuto fare anche un paio di bracciate a rana! Penso che forse dobbiamo appendere le due pinne “al chiodo” se vogliamo superare i -100mt. Tuttavia, sarà sempre il migliore modo per chi si sta avvicinando per la prima volta all'apnea”.
Nel monopinna le due scarpette sono fuse insieme ed hanno una calzata molto aderente, questo per permettere che piede e pala diventino tutt’uno. La superficie è di molto superiore a quella data dalla somma delle due pinne, per cui, ad ogni movimento l’acqua spostata è nettamente maggiore. I materiali sono quelli simili a quelli utilizzati per le bi-pinne, ma ad oggi, è ancora difficile dire qual è il materiale migliore. Anche per la forma: molte di esse sono quelle che vengono utilizzate nel nuoto pinnato, di cui l’apnea differisce per due caratteristiche fondamentali: tempo e velocità. Minore il primo e maggiore la seconda nel pinnato, esattamente il contrario nell’apnea. Perciò, ad oggi, sono molte le scuole di pensiero sull’argomento.

Per il suo utilizzo, si deve necessariamente avere un’ottima acquaticità: poiché entrambi i piedi sono vincolati, non si può compensare il movimento se si tende ad andare verso destra o sinistra; inoltre, il movimento è completamente diverso: si utilizza tutto il corpo, con un movimento sinusoidale ed in più bisogna esser molto elastici, soprattutto come scioltezza della schiena e del cingolo scapolo-omerale, per cui, bisogna essere anche fisicamente in forma. Per imparare il movimento corretto, la monopinna deve essere necessariamente accompagnata da un istruttore.
LA MUTA:

Deve essere una seconda pelle, perciò è importante che all'interno non si formino sache d'aria. Controllate pertanto che aderisca bene al collo, alle spalle, alla schiena e all'addome. E' preferibile una muta in due pezzi: pantaloni a vita e giacca con cappuccio incorporato, ovviamente senza cerniere. Malgrado un'apparente difficoltà nell'essere indossata, consigliamo una muta con spaccato interno, in quanto aiuta maggiormente a formare una seconda pelle. La difficoltà sta nel fatto che bisogna bagnarla ed insaponarla prima di indossarla.
Le prime mute erano realizzate con gomma Pirelli, da allora di tempo n'è passato e il materiale che ha sostituito più egregiamente quella indimenticabile muta è il Neoprene; tecnicamente chiamato POLICLOROPRENE, fu scoperto nei laboratori DU PONT nel 1931 dal chimico Arnold Collins.
Il neopreneè stato il primo elastomero di sintesi ad avere successo commerciale, oggi utilizzato nelle più diverse applicazioni, automobilistiche-mediche-industrali e sportive. Nella pratica subacquea, si presenta come una gomma porosa, costituita da cellule gassose distribuite uniformemente in tutta la sua massa (Fig.1).
figura 1.
Quando parliamo di peculiarità del "neoprene" ci riferiamo, nel nostro caso, alla sua elasticità, la sua resistenza allo schiacciamento e la sua capacità "di scaldarci"...
La densità e perciò direttamente proporzionata ai vari tipi di "schiume" di cui esso è composto, nelle schiume altamente "dense"(dure) troviamo applicazioni prettamente industriali, in quelle mediamente dense (medio dure) cominciamo a vedere il neoprene impiegato nella nostra vestizione (stagne in precompresso),in quelle morbide (mute umide) troviamo l'applicazione più comune, quale per l'appunto le mute umide in generale, in quelle morbidissime troveremo le applicazioni mediche (tutori ecc ecc).
La sua coibenza termica è direttamente proporzionata al suo spessore, maggiore sarà quest'ultimo e maggiore sarà la sua capacità di non farci perdere calore.- Per concludere, maggiore sarà la densità (o durezza) minore sarà la sua elasticità.
In fase di lavorazione il neoprene si presenta come una massa da ridurre in fogli di spessore diverso, in questa fase di "taglio" le cellule vengono conseguentemente "aperte" (Fig.2), il neoprene allora viene identificato come "Neoprene a cellula aperta o spaccato", diversamente viene scottato in superficie , diventando così "Neoprene a cellula chiusa o liscio" (Fig.3).
In una seconda fase di lavorazione il neoprene viene rivestito su una o entrambe le sue superfici diventato così monofoderato (Fig.4) o bifoderato (Fig.5), anche in questo caso potrà essere in cellula chiusa o cellula aperta (Fig.6) (Fig.7).
La sostanziale differenza tra un cellula aperta e un cellula chiusa, sta nella straordinaria elasticità del primo, (pari a 2 o 3 volte al cellula chiusa); tuttavia, la fragilità del cellula aperta trova una piccola applicazione nel monofoderato, quello che per intenderci viene comunemente usato per la tenuta del polsi, delle caviglie e del collo della nostra muta .- Ragione vorrebbe, che per elasticità e aderenza, la cellula aperta sarebbe il più indicata per quest'utilizzo, ma la delicatezza e la forte aderenza di questo tipo di neoprene, lo farebbe diventare presto "antipatico", non a caso è frequente notare gli apneisti, fare largo uso di talco o acqua saponata per indossare le loro mute che altrimenti diventerebbero davvero scomodissime da indossare perché non "scivolose".-( quasi sempre realizzate in cellula aperta interna).-
Quando andiamo a parlare dei "foderati", andiamo a trattare una parte del neoprene subacqueo davvero poco conosciuta e troppo spesso confusa in ordine ai numerosissimi termini commerciali che le aziende usano per identificare i loro prodotti, cominciamo a dire che l'80% del neoprene comunemente usato nella subacquea è foderato in Nylon, mentre una parte minore è foderata con materiali più particolari.
Il neoprene "morbido" allo stato puro, (senza fodere) è una gomma particolarmente fragile, basta una leggera trazione per romperlo, strapparlo e danneggiarlo seriamente, la sua forza, la sua resistenza,è data appunto dalle fodere .-
Come già detto il neoprene piu comunemente usato è il bifoderato nylon/pusch, nylon all'esterno e push all'interno, il push è un tessuto sintetico molto simile ad una spugna che rende più scivoloso e comodo l'indossare la nostra muta, contestualmente trattiene il velo d'acqua che scaldandosi contribuirà a rendere la nostra immersione più piacevole.
Questa combinazione, nel rispetto di una gomma neoprenica d'alta qualità, prevalentemente orientale, ci fornisce in base agli spessori impiegati un'ottima elasticità e morbidezza, quando però andiamo ad impiegare fodere più particolari quali gli ultrastrech, questa elasticità aumenta proporzionalmente alla bontà delle fodere impiegate . Il motivo del largo uso del nylon sta nei costi contenuti di quest'ultimo, mentre per gli ultrastrech o le likre i costi sono assai piu elevati perciò meno concorrenziali.
A parità di gomma le fodere usate possono in base al colore, ispessire o irrigidire il neoprene, una fodera nera per esempio è solitamente molto sottile, proprio in considerazione di un'eventuale trasparenza causata dal contatto con l'acqua , mentre al suo opposto una fodera bianca, per non far trasparire il nero della gomma sarà molto più spessa, a scapito dell'elasticità del neoprene sul quale verrà posizionata, ecco perché a volte uno stesso modello provato con colori diversi ci darà la sensazione di essere piu o meno morbido del precedente.
LA CINTURA DEI PESI:
Scegliere la giusta cintura e distribuire i pesi in modo corretto ci potrà aiutare notevolmente in caso di emergenza.
Innanzitutto la cintura di un apneista deve essere elastica e dotata di un sgancio rapido. Elastica perchè si deve adattare perfettamente al corpo che è soggetto a variazioni in quanto prima di immergersi si effettuano una serie di respirazioni diaframmatiche. Posizionate i pesi al livellio delle anche sotto le spine iliache e mettete i pesi nella zona posteriore...mai nella zona addominale. Può essere utile, l’utilizzo di una zavorra mobile che ci permetterà di mettere quel chilo in più o in meno quando ne sentiremmo il bisogno per diversi motivi.
LA BANDIERA SEGNASUB:

Un’attrezzatura da non dimenticare mai è la bandiera segnasub. (anche perchè oltre ad essere un oggetto importante per la nosta sicurezza, ci fa evitare verbali veramente salati.La bandiera deve essere visibile ad almeno 300 metri di distanza e non importa se sia posta sopra una barca o ad un pallone purchè sia esposta.
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