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LE ATTREZZATURE DELLO SPELEOSUB by Gigi Casati.

Gigi Casati

Gigi è senza dubbio uno dei migliori speleosubacquei al mondo. In 25 anni di esplorazioni, ha compiuto ben 1300 immersioni in grotta di cui almeno 800 con la prospettiva di esplorare nuovi ambienti ed ha contribuito in maniera fondamentale allo sviluppo della speleologia subacquea e delle relative attrezzature. Il suo libro "Manuale di Speleologia subacquea" edito dall'Editoriale Olimpia è uno dei testi fondamentali della specialità.

La speleologia subacquea ha "sperimentato" quasi tutti i tipi di immersione possibili: dall'apnea agli scafandri, dall'autorespiratore ad ossigeno all'autorespiratore ad aria fino ad arrivare all'uso delle miscele, dai circuiti semichiusi ai circuiti chiusi. Contemporaneamente alla modifica dei sistemi di respirazione necessari per rimanere a lungo sott'acqua, vengono anche inventati ed elaborati ad hoc una serie di altri materiali: mute, lampade, svolgisagola, gav, ecc. ecc.
Molto spesso l'evoluzione dei materiali è dovuta all'intuizione delle persone che praticano questa specifica attività e che, di fronte a problemi esplorativi, si ingegnano costruendo o modificando attrezzature, altre volte la spinta all'innovazione, viene sollecitata dall'analisi di incidenti capitati a se stessi o dall'indagine su incidenti accaduti ad altri.

DALL'APNEA AL PALOMBARO:

L'apnea, la tecnica più antica che l'uomo ha usato per impossessarsi del mondo subacqueo, logicamente è stata anche la prima tecnica utilizzata per il mondo speleosubacqueo: la si poteva praticare infatti senza l'uso di materiali particolari (mute, maschere, ecc.). Le esplorazioni in apnea erano mirate al superamento di sifoni all'interno delle grotte che ne ostacolavano la percorrenza. I palombari che, fanno la loro comparsa alla fine del XIX secolo, in alcune tra le più grandi sorgenti europee si limitano ad esplorare gli inizi delle gallerie, raggiungendo profondità considerevoli per quell'epoca; fra queste possiamo ricordare:

- 1878 Sorgente di Vaucluse, Francia, 26-27marzo, Ottonelli -23m.
- 1893 Sorgente dell'Orbe, Svizzera, 20 Ottobre, Pfund -11m.

I materiali ingombranti e pesanti di allora non permettevano comunque lunghi o difficili percorsi di avvicinamento alle aree da esplorare, quindi, con queste attrezzature, si concentravano gli sforzi, sulle sorgenti più facili da raggiungere. I limiti esplorativi erano dati anche dalla difficile mobilità del palombaro che era collegato alla superficie tramite tubi e corde e dall'impossibilità di illuminare il percorso.

Gigi Casati

APPARECCHI DI RESPIRAZIONE AUTONOMA:

Negli anni '40 si utilizzano respiratori artigianali a volte costruiti con pezzi recuperati da aerei militari come nel caso di Robert Lacroux che si costruì uno scafandro autonomo ad ossigeno assemblando pezzi recuperati da un aereo Messerschmitt dell'armata tedesca.
L'evoluzione delle tecniche e dei materiali accelera il suo corso: nel primo dopoguerra in Francia, si inizia ad utilizzare apparecchi a circuito aperto (tipo "Le Prieur") mentre in Inghilterra si provano circuiti chiusi ad ossigeno (di derivazione militare). La differenza del tipo di esplorazioni da effettuare nei due paesi è sostanziale: le grosse sorgenti con profondità impossibili da raggiungere con apparecchi a circuito chiuso ad ossigeno sono in Francia, mentre vasti sistemi complessi, a poca profondità, caratterizzano l'Inghilterra: la morfologia della natura condiziona le scelta delle attrezzature, anche se sicuramente, la possibilità di reperire le stesse, è la motivazione principale che ha creato la differenza tra i due paesi. Ci si accorge presto che, sia il circuito aperto così come è costruito, sia il circuito chiuso, non sono affidabili per l'uso in ambienti ipogei. Guy de Lavaur che, dal 1947 comincia ad immergersi nelle sorgenti del Lot (Francia) e pubblica nel 1954 il primo libro sulla speleologia subacquea, si rende conto che la modifica apportata da Cousteau-Gagnan sull'apparecchio "Le Prieur", appare non idonea all'uso speleosubacqueo. Il dispositivo di riserva previsto, non garantisce infatti il punto di riferimento per il rientro:

Primo: esso interviene a seconda dei rubinetti, quando l'aria contenuta nella bombola è già ampiamente oltre la metà ancora disponibile (a quel tempo quantità minima di sicurezza per il rientro);

Secondo: è esposta, quindi un urto la può attivare;

Terzo: i rubinetti sono di difficile manovrabilità e con un urto, si potrebbero bloccare.

Tenendo conto di questi fattori, Guy De Lavaur montò due bombole collegate in serie sulla schiena, modificando la forma dei rubinetti; ne utilizzava una per l'andata e una per il ritorno. E' nel 1955 che Michel Letrone e il Clan des Tritons riconsiderano il sistema bombole-erogatori. Iniziano a valutare l'uso di due bombole separate, iniziano la costruzione di un nuovo erogatore ed in tre mesi di lavoro, assemblano due gruppi completamente indipendenti. Il sistema, dopo 48 anni, pur con qualche modifica è sostanzialmente quello utilizzato ancor oggi: bombole con rubinetteria separata, un erogatore ed un manometro per bombola. Viene abbandonato il meccanismo della riserva sulle rubinetterie, poichè sostituito dalla presenza del manometro con lettura diretta ed immediata; il sistema di fissaggio degli erogatori tramite raccordi DIN, viene introdotto nei paesi nordici non meno di 30 anni fa. Se si pensa a quando si è intuito il concetto di "ridondanza" si può immaginare la reazione di Jean Jacques Bolanz nel 1986 alla sorgente del Gorgazzo quando si trovò di fronte speleosubacquei italiani in monobombola, attacchi a staffa, ecc. ecc.

COMBATTERE IL FREDDO:

Gigi Casati
Gigi Casati
Muta Stagna.
Sottomuta per stagna.

Il problema legato alla perdita calorica del corpo in acqua, difficilmente troverà una soluzione efficiente al 100% , anche se fortunatamente ai giorni nostri diverse alternative abbastanza valide sono state adottate. Dal periodo eroico di Norbert Casteret che esplorava in apnea a corpo nudo ( l'eroismo risorge talvolta anche ai nostri giorni quando, durante l'esplorazione di alcune grotte, arrivando a zone allagate o sifonanti, qualche speleologo prova a superarle nudo per evitare di bagnare le protezioni termiche che gli serviranno per mantenersi caldo durante la permanenza in grotta ) a piccoli passi sono stati raggiunti grandi risultati. Si prova immergendosi con vestiti di lana, Casteret in seguito, si protegge con una "muta" ricavata dalla tela di un dirigibile. La fantasia si scatena nello sperimentare materiali relativamente nuovi e si autocostruiscono le "mute" cercando sempre nuovi accorgimenti. Nel primo dopoguerra tra i vari esploratori francesi sono state provate mute di diverso tipo che sembravano inadatte e/o pericolose ora agli uni ora agli altri. Cousteau e Dumas sfoggiarono alla Fontaine de Vaucluse nel 1946 una muta stagna compresa di maschera e cappuccio gonfiata tramite l'espirazione per via nasale: l'uscita dell'aria avveniva attraverso una serie di valvole di sovrapressione ben regolate e ben posizionate. Guy de Lavaur nel 1947 costruisce una muta in "caoutchouc mousse" materiale molto delicato ma più termico, e per proteggerlo dalle abrasioni lo ricopre con un costume da bagno intero di inizio secolo, in jersey. Passano gli anni, cambiano i materiali e diminuisce la nostra voglia di resistere al freddo. Nei miei ricordi di adolescente mi vedo partire con il motorino per andare al lago con la muta umida monofoderata comprata di seconda mano e la bombola tenuta tra le gambe, in pieno inverno, con la neve sui bordi del lago; rimanevo un paio d'ore in acqua e uscivo semiassiderato ma felice. Sebbene anche ora l'attività speleosubacquea richieda pesanti sacrifici, ai quali sono comunque abituato dalle mie precedenti esperienze, non sopporterei volentieri se non per causa di forza maggiore, quelle condizioni già vissute. La muta umida, nel recente passato, ha avuto un ruolo importante per le esplorazioni speleosubacque, grazie al suo basso costo e alla facile reperibilità; da questa, a seconda del tipo di attività praticata, si è arrivati gradualmente, a mute stagne leggere in tessuti spalmati ad assetto costante che permettono una buona mobilità per i tratti aerei nel post sifone piuttosto che a mute stagne in trilaminato, in neoprene precompresso di diverso spessore oppure in neoprene ad alta densità con addirittura guanti incorporati per le lunghe immersioni nelle fredde sorgenti europee. Sul mercato attuale oltre a reperire mute che riescono a coprire una vasta gamma di esigenze termiche: si trovano sottomuta in tessuti sempre più leggeri e caldi, si utilizzano gas particolari come l'argon, per diminuire la perdita calorica, giubbetti elettrici che collegati a batterie esterne alla muta permettono il riscaldamento del corpo, campane subacquee più o meno autocostruite, utilizzate in decompressione durante le tappe più lunghe, che permettono allo speleosub di rimanere all'asciutto.

ILLUMINAZIONE:

Gigi Casati
Gigi Casati
Luci per lo speleosub.
Luci speleo posizionate su caschetto.

Un'altro notevole limite all'esplorazione degli ambienti ipogei è stata la mancanza di luce: gli esploratori si dovettero ingegnare ad inventare lampade subacquee e ci riuscirono. I prototipi di torcia subacquea li possiamo paragonare ai primi computer non tanto per complessità, quanto per le dimensioni. Grazie anche all'evoluzione delle batterie, gli apparati per l'illuminazione ridussero via via le dimensioni tanto da poter essere portati con una mano. Dalla torcia a mano ci si accorse che era ancora più comodo se non necessario addirittura, avere le mani libere; si inizia quindi a fissare la torcia sugli avambracci ed in un secondo tempo si pensa di utilizzare il casco non solo per proteggere la testa dagli urti ma anche per fissarvi le torce. Nel mondo della speleologia come già detto, si è abituati ad autocostruirsi le attrezzature necessarie ad affrontare la molteplicità delle situazioni incontrabili. Per esempio, poichè nella più parte delle sorgenti o sifoni si tratta di acqua dolce e l'effetto di elettrolisi è minimo, si è potuto scegliere di usare impianti di illuminazione anche non stagni: batterie al piombo-gel fissate con elastici in cintura, un faretto dicroico o una parabola da macchina magari inserita in un imbuto ed il nostro faro è fatto.Con l'arrivo di prezzi abbordabili per le batterie ricaricabili al Nichel-Cadmio, si inizia negli anni 70 la costruzione di faretti con potenze limitate a 10-20W e fari di grossa potenza. Oggi, negli stessi contenitori per batterie, se si sostituiscono le batterie al Nichel-Cadmio con batterie al Nichel-Metalidrato si riesce a raddoppiarne l'autonomia. Ai nostri giorni, un casco per un'esplorazione in una sorgente è dotato di due faretti con alimentazione indipendente fissata in cintura con una potenza massima di 20W con almeno 3 ore di autonomia e due torce di piccole dimensioni con batterie incorporate con un'autonomia di oltre 8 ore. Si utilizzano fari di grossa potenza, da quelli a scarica di gas ai classici con lampadina alogena, per cercare nuove prosecuzioni o semplicemente per godere delle forme delle gallerie.

FILO D'ARIANNA E SVOLGISAGOLA:

Gigi Casati
Gigi Casati
Vari tipi di svolgisagola e filo di Arianna.
Tipo di svolgisagola.

In origine il cosiddetto "filo d'Arianna" era una grossa corda di canapa che non era posizionata su di uno svolgisagola ma veniva filata dalla superficie. Dopo vari inconvenienti, accaduti nell'utilizzare questo sistema (corda incastrata tra massi, impossibilità di fissarla, limite di autonomia in distanza, ecc. ecc.) si pensò di ridurre le dimensioni della corda in modo tale da poterla svolgere autonomamente da una bobina; le dimensioni della corda che ormai possiamo chiamare a ragione, filo, si sono sempre più ridotte ed ormai le cordine, che in acqua devono essere negative hanno un diametro di 2 - 2,5mm, sono chiare e sono metrate ogni cinque metri con un tratto a pennarello ed ogni dieci metri con una targhetta di nastro telato con la distanza progressiva dall'ingresso del sifone. Gli svolgisagola costruiti sono stati di diverso tipo: da semplici bobine bloccate su di un perno, all'uso degli svolgi-prolunga di cavo elettrico, fino ad arrivare a svolgisagola autoprogettati, di semplice e robusta costruzione: leggeri, piccoli, con impugnature comode, contenenti almeno 200m di filo, con la possibilità di riavvolgerlo, con un sistema per evitare che si scarrucoli. Svolgisagola molto complessi con freno meccanico del filo non sono invece molto pratici durante le esplorazioni in ambienti fangosi o sabbiosi, con molta ghiaia, ecc., per la facilità con la quale i meccanismi si potrebbero bloccare.
Un subacqueo che si addentra in una grotta, deve sempre e comunque, avere uno svolgisagola di soccorso anche se la galleria è ben sagolata. Lo svolgisagola di soccorso non deve contenere meno di 100 m di filo e deve avere le caratteristiche di praticità di uno svolgisagola da esplorazione.

GIUBBETTO AD ASSETTO VARIABILE:

Gigi Casati

Per uno speleosub l'assetto in acqua è fondamentale: con un buon assetto si riduce l'intorbidamento delle gallerie argillose, con un buon assetto si avanza più velocemente e ci si può caricare con diverse bombole o sacche da esplorazione, ecc. Personalmente, durante l'esplorazione di sifoni all'interno di grotte, sia quando indossavo la muta umida sia con la muta stagna ad assetto costante, ho sempre usato G.A.V. anulari. Una decina di anni fa, poi ho cominciato ad usare una piccola sacca d'aria (di 15 l circa) autocostruita, sistemata sulla schiena e trattenuta sul corpo da elastici e cordini. Nelle immersioni in sorgente, pur indossando la muta stagna, gli speleosub europei utilizzavano già trenta anni fa, sacche per l'aria, incollate sulla schiena delle mute stesse. Oggi alcuni si sono adattati all'uso del jacket, altri come me, sono rimasti alle sacche d'aria incollate sulla schiena della muta che, sicuramente, sono meno ingombranti, meno pesanti di un jacket ed ottengono lo stesso risultato. Ad uno speleosub ben equilibrato con la zavorra, può bastare un G.A.V. da 20 / 25 l; nel caso dovesse trasportare bombole o materiali vari prima dell'immersione sarà sua cura renderli neutri. Per agevolare questa operazione ho ideato dei piccoli GAV per le bombole da trasportare a parte: se la bombola è carica, il GAV compensa la spinta negativa della stessa, se la bombola è ormai vuota, togliendo aria dal G.A.V. si ottiene di non trovarsi la bombola positiva. Esistono sistemi ancor più economici del GAV per alleggerire i materiali trasportati: per esempio, si può usare l'Airex, materiale incomprimibile anche a notevolissime profondità, oppure le comuni tavolette da piscina che però, con l'aumento della profondità si comprimono gradualmente.

TRONCHESINO:

Gigi Casati

Fortunatamente in grotta non dobbiamo lottare all'ultima pinna, contro squali bianchi, piovre giganti, mostri marini, ecc. quindi i tradizionali coltelli sono stati abbandonati e sono stati sostituiti dai più umili tronchesini. Sono stati sperimentati via via, vari tipi di tronchesini: i migliori risultati ottenuti per il momento, si sono avuti con quelli usati per il giardinaggio con la lama normalmente posta nella parte superiore che taglia in battuta, sulla parte inferiore. Questo tipo di tronchesini permette di tagliare, grazie alla grossa apertura delle lame, sia il normale filo d'Arianna, sia corde del diametro di dieci quindici millimetri, sia cavetti di rame, d'acciaio, ecc.: tutto ciò con una sola mano e con un colpo solo, operazione impossibile da attuare con il miglior coltello ( con questo ultimo infatti sono necessarie due mani, una che tiene il filo l'altra che taglia, e più tempo). Per il taglio di cavetti d'acciaio superiori ai 2mm di diametro è meglio usare un tronchesino da meccanico con la lama sempre in battuta. Le forbici oppure i tronchesini che tagliano a forbice, non sono efficaci per il taglio delle corde, dei cordini, ecc. perchè spesso, divelgendosi, non riescono a completare il taglio ed i trefoli che rimangono sul filo, oltre che ad obbligare ad un nuovo tentativo, facilmente bloccano l'attrezzo.

Gigi Casati

1) Sistema di protezione degli erogatori. 2) Elmetto con luci posizionate. 3) Tronchesino. 4) Svolgisagola di riserva. 5) Muta Stagna.

La speleologia subacquea è un'attività molto differenziata: a seconda dell'ambiente che affronteremo, utilizzeremo i materiali più idonei, proporzionandoli al tipo di immersione che faremo, rispettando le regole di sicurezza, adattando le attrezzature al nostro confort subacqueo. La panoramica dei materiali usabili nella speleologia subacquea è comunque infinita: partendo dall'uso di comunissimi elastici fino ad arrivare ai futuribili autorespiratori a circuito chiuso, si dimostra come questo sia un ambiente in continuo fermento, disposto ogni volta a sperimentare ed a rinnovarsi anticipando le tecnologie.

Il Testo è stato pubblicato anche sulla rivista "Sub" del Gennaio 2004.

Gigi Casati
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