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FLY AFTER DIVE:

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L’aereo è diventato un vettore di trasporto diffusissimo che permette di raggiungere località sempre più lontane ed “incomìntaminate”, in tempi relativamente brevi. Immersioni in paradisi terrestri come i mari tropicali sono ormai alla portata di molti subacquei.

Si calcola che in un anno il numero di subacquei che, nel mondo, viaggiano con questo mezzo di trasporto sia di 300/400.000.
Pertanto, ci si pone il dilema di quando eseguire l’ultima immersione prima di volare. E soprattutto se è prudente immergersi il giorno stesso della partenza.

Numerosi studi medici, condotti anche dalla DAN, hanno portato alla stesura di una specie di “protocollo” da applicare.
Innanzitutto, capiamo perché nasce questo tipo di “patologia da alta quota”, (la statistica degli eventi avversi è comunque estremamente rassicurante poiché ci dice che la percentuale di tali accadimenti è dello 0.04%).

Gli aerei di linea hanno una pressurizzazione interna equivalente ad una quota compresa tra i 1800 ed i 2000 metri, (2438 metri di pressurizzazione in cabina è la più elevata pressione permessa nei voli commerciali dalla Federal Aviation Administration – FAA) il che significa che espongono i passeggeri ad una pressione ambientale leggermente inferiore a quella atmosferica. È questa una quota ritenuta "sicura" nel senso che non crea mai problemi. Sotto i 600 metri, tale fenomeno non si manifesta, è infatti di circa 300 metri la quota con cui vengono trasportati i malati colpiti da PDD.

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Vediamo un po' cosa accade: al livello del mare siamo esposti alla pressione di 1 atmosfera, per cui la quantità di azoto presente nel nostro organismo sarà uguale a quella contenuta nell'aria che respiriamo. Durante il volo, però, la pressione alla quale siamo esposti si ridurrà per cui la quantità di azoto disciolta nel nostro organismo sarà in lieve eccesso rispetto a quella dell'aria che respiriamo. Naturalmente, in condizioni normali, questo evento non produrrà alcun inconveniente. Se, invece, come accade dopo la immersione, il nostro organismo ha una quota di azoto disciolto superiore a quella normale, una ulteriore riduzione della pressione ambientale potrebbe potenzialmente indurre la formazione di bolle.

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Nella conferenza del 2 maggio 2002, tenutasi a Bethesda nel Maryland (U.S.A.); sono state concordate delle raccomandazioni da dare ai subacquei per volare in sicurezza dopo l’ immersione.

La più semplice e più sicura è quella di programmare il volo di ritorno a distanza di almeno 12 ore dalla ultima immersione ricreativa singola. (cioè la sola eseguita nella giornata), che non abbia previsto tappe decompressive.

Nel caso invece in cui l'immersione eseguita è stata più profonda e quindi ha previsto delle tappe di decompressione oppure quando siano state eseguite delle immersioni ripetitive nell'arco di più giornate, (l'esempio tipico è la cosiddetta settimana subacquea), è bene programmare il volo a distanza di almeno 24 ore dalla ultima immersione.

Nel caso in cui, nella ultima giornata di immersione, il tempo complessivo di esposizione in pressione nel corso di una immersione in cui erano previste tappe di decompressione, abbia superato le 4 ore è opportuno estendere tale periodo di tempo a 48 ore.
Si tratta di consigli abbastanza facilmente applicabili in grado di consentire un adeguato "defaticamento" dopo un periodo di vacanza trascorso ad ammirare gli splendidi fondali dei mari tropicali o non. Come abbiamo visto, gli studi sull'argomento sono cominciati molto tempo fa e l'esperienza acquisita in materia, con osservazioni fatte su subacquei militari, del settore commerciali e studi eseguiti in istituti di ricerca universitari, è abbastanza vasta da ritenere sicure le linee guida attualmente adottate.

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