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INTERVISTA AD ALESSANDRO MARRONI:
Prof. Marroni, quando nasce la sua passione per la ricerca medico-scientifica in ambiente subacqueo? Da quando ho messo la prima volta il naso sott'acqua ed avevo già deciso che avrei fatto il medico. Come subacqueo, ricorda la prima volta che hai indossato la maschera? Certamente! Avevo poco più di 10 anni, ad Ischia, sotto il famoso "Fungo". Lei ha condotto numerosissimi studi e ricerche, splendida è una fotografia che la ritrae mentre misura il “battito” cardiaco a Mayol, se non sbaglio ad oltre 60 metri di profondità, tra tutte le sue ricerche e le scoperte, qual è che ricorda con maggior intensità ? L'esperienza con Jacques è stata unica e memorabile, particolarmente quando mi diede tutto il tempo per effettuare le mie rilevazioni sulla frequenza cardiaca e la capacità di coordinamento psico-motorio a 83 metri!! Altre cose che restano impresse sono il recupero dei materiali tossici affondati con la nave Cavtat e la necessità di impostare un programma di sicurezza che evitasse l'intossicazione degli operatori subacquei durante le attività di recupero, con permanenza in saturazione a turni di 30 giorni nell'habitat iperbarico, che doveva essere protetto dalla contaminazione esterna. Bastavano appena 6 microlitri di sostanza tossica portata all'interno da un operatore, per rendere pericolosa e potenzialmente letale l'atmosfera dell'habitat: è stato necessario mettere a punto una procedura assai particolare, poi adottata anche in altre occasioni simili di immersioni in acque inquinate. Ma, attualmente, mi sta molto a cuore ricordare il programma di ricerca DSL del DAN Europe, in cui sono tutt'ora impegnato: stiamo scoprendo ogni giorno l’ importanza della interazione fra bolle gassose e funzioni biologiche, la necessità di studiare non solo profili di risalita più sicuri, ma la risposta fisiologica individuale a questi stimoli ed alle possibilità di condizionarla favorevolmente con sostanze farmacologiche e procedure esterne. Come nasce il DAN e successivamente l’I-DAN?
DAN sta per Divers Alert Network, il cui significato, traducendo liberamente in Italiano, può essere reso con "la rete di sicurezza dei sub". In caso di emergenza subacquea, come viene gestito il soccorso attraverso la rete I-DAN? Gli incidenti subacquei sono abbastanza rari e molto simili, dal punto di vista epidemiologico, in ogni parte del mondo. I principi del trattamento d'emergenza degli incidenti da immersione sono uniformi e semplici. Purtroppo, però, gli insegnamenti specifici di medicina subacquea, non fanno parte del normale corso di studi in medicina e, quindi, in caso di incidente da immersione, non è sempre facile reperire un medico che sappia riconoscere e trattare correttamente questo particolare tipo di emergenza sanitaria. L'azione dell'International DAN è mirata a rispondere a questa necessità, in un momento in cui lo sport subacqueo si sta sviluppando e si sta rapidamente trasformando in un fenomeno di massa. I criteri funzionali sono i seguenti: Tra tutti i casi che avete gestito, c’è uno che per lei è particolarmente significativo e che le piace ricordare? Ce ne sono tanti, è difficile rispondere! Ogni giorno ne seguo qualcuno che potrei ricordare per serietà dei sintomi, per complessità di trattamento, necessità di evacuazione aerea, coinvolgimento della nostra rete internazionale…. Se ne devo ricordare uno in particolare, non tanto per gravità o complicazione logistica, ma per la soddisfazione professionale che ne è derivata, mi viene in mente il caso di un sub vittima di un episodio piuttosto serio di Malattia Da Decompressione neurologica a coinvolgimento spinale, con paralisi degli arti inferiori. Dopo il primo trattamento iperbarico di emergenza, accettò un protocollo, allora sperimentale, già da me utilizzato per la terapia iperbarica dell'ictus che consisteva nella riabilitazione in acqua associata alla respirazione di ossigeno iperbarico. Nel caso specifico adattai il protocollo, che allora applicavo ai miei pazienti di ictus in una speciale "piscina iperbarica", prevedendo la respirazione di ossigeno iperbarico mediante un ARO ed educando il sub ad effettuare gli esercizi di riabilitazione in piscina, sotto il controllo del neuroriabilitatore.
DAN si occupa anche di ricerca, quali sono i risultati raggiunti finora? Quali studi sono in corso? Sarebbe molto lungo spiegare tutto questo in una breve intervista, né voglio essere riduttivo. A titolo di mera esemplificazione, ecco un elenco delle problematiche oggetto delle nostre indagini:
Ma esorto tutti gli interessati a leggere quanto viene da noi riportato regolarmente sulla nostra rivista Alert Diver e sulla homepage DAN Europe www.daneurope.org alla voce “Ricerca Medica”. Il Dott. Costantino Balestra è un “vulcano di idee”, che ho avuto modo di ascoltare e con cui stiamo valutando alcune ricerche da effettuare insieme, ci dica qualcosa su di lui… Lo ha ben definito. La sua partecipazione alla nostra ricerca, con gli elementi di intuizione e genialità che lo contraddistinguono, è imprescindibile ed essenziale. Tino è un serio ed internazionalmente apprezzato neurofisiologo , docente all’università di Bruxelles, è autore di molteplici pubblicazioni scientifiche, parla numerose lingue, pratica tanti sport; istruttore subacqueo da diversi anni, è stato un ottimo ginnasta ed ha partecipato alle olimpiadi assieme al fratello gemello Claudio; gli piace suonare il sassofono, ama la birra e la grappa, si interessa di teologia, bibliofilo appassionato, è l’orgoglioso papà di Marine, Ambra ed Adrien geniali come lui e tifosi del calcio azzurro. Sua moglie Annamaria si occupa delle relazioni con l’esterno del DAN Europe BeNeLux . Il subacqueo “moderno” pensa che s’immerga con più cognizione dei rischi, oppure pensa che si immerga un po’ allo “sbaraglio”? Non direi allo sbaraglio, ma certamente non con la sufficiente consapevolezza. Troppo spesso si dimentica che l'uomo non è fatto per sopravvivere sott'acqua, se non con particolari misure, procedure e prudenza. Inoltre, la grande diffusione dell'attività subacquea ricreativa ha fatto sì che, troppo spesso, se ne presenti solo l'aspetto piacevole, rilassante e facile, senza dare la necessaria rilevanza ai pochi, ma importanti rischi specifici. Purtroppo, l'esperienza del DAN mostra che uno dei problemi maggiori è proprio il mancato riconoscimento dei sintomi o dei segni di un incidente da decompressione, sia da parte delle stesse vittime che di chi presta i soccorsi e, in certi casi, anche da parte di personale sanitario. La conseguenza di questo mancato riconoscimento è il ritardo nell'allerta e nell'avvio di soccorsi specializzati e, spesso, l'inizio di procedure di soccorso e di terapia inadeguate, che non hanno altro effetto se non quello di ritardare ulteriormente le cure necessarie. Anche nei casi in cui l'incidente da decompressione è sospettato, raramente la chiamata di soccorso specializzato avviene prima di 4 ore dopo l'insorgenza dei sintomi. In oltre il 50% dei casi, addirittura, la chiamata si è avuta dopo oltre 12 ore . Da ciò si evince che l'informazione sulle cause e sulle manifestazioni degli incidenti da decompressione è ancora insufficiente e che c'è una tendenza alla rimozione ed al non riconoscimento del problema da parte dei subacquei colpiti da un incidente da decompressione. Questo può essere dovuto al fatto che, al contrario di quanto comunemente si crede, la stragrande maggioranza degli incidenti da immersione (più dell'85%) si presenta con sintomi non gravi e preoccupanti che possono essere mal interpretati, o addirittura ignorati, se il sub non è stato adeguatamente informato. A questo scopo il DAN ha messo a punto un programma di addestramento adottato dalle principali organizzazioni subacquee Italiane, Europee ed Internazionali e che è insegnato, in oltre 70 paesi del mondo, da più di 20.000 istruttori qualificati dal DAN.
Dalle vostre statistiche, quali categorie di subacquei hanno più incidenti subacquei, OWD, ADV, Divemaster, Instructor..? I neofiti con esperienza entro le 20 immersioni ed i più esperti, pur essendo agli antipodi,sono le categorie che mostrano una relativa maggior incidenza di problemi. Si deve però dire che questa incidenza è veramente bassa, misurabile intorno allo 0,006% Qual è il suo giudizio sulle didattiche? Pensa che l’informazione sui rischi e sulla medicina subacquea siano sufficientemente spiegati oppure si potrebbe fare di più? Anche se vale, in parte, quello che ho detto sopra, quando si parla di corsi didattici veri e propri e non di attività di turismo subacqueo, in generale tutte le didattiche sono conformate a criteri, normati anche in sede europea, più che appropriati e sicuri. I subacquei spesso si rivolgono ai “forum” dove sono presenti medici per chiedere informazioni riguardo i loro problemi e l’eventuale perdita dell’idoneità all’immersione, ma poi partecipano in numero molto esiguo alle Conferenze dedicate loro… cosa ne pensa? E' un peccato, non sempre i forum sono i posti migliori per trovare informazione obiettiva e con solide basi scientifiche. Non concordo con quanto lei afferma riguardo all’esigua partecipazione da parte dei subacquei alle conferenze loro dedicate. La nostra esperienza è molto positiva in questo senso: al DAN DAY, che abbiamo organizzato a Roma nel 2005, parteciparono oltre 800 subacquei provenienti da tutto il mondo, una subacquea arrivò appositamente dall’Oceania, altri dall’Australia, dal Giappone, dal Sudafrica, dalla Cina… Al successivo DAN DAY, che si è tenuto a Bruxelles nel 2007, giunsero più di 600 sub. Ma anche alle serate proposte dai circoli subacquei, incentrate su tematiche attinenti alla sicurezza in immersione ed a cui partecipiamo con grande entusiasmo, troviamo sempre un pubblico numeroso ed attento. C’è da dire che sia gli eventi organizzati direttamente dal DAN, sia i convegni a cui siamo invitati a partecipare, sono da noi diffusi capillarmente con mail circolari inviate a tutti gli indirizzi di posta elettronica presenti sul nostro database (questo è uno dei servizi erogati dal DAN alla comunità subacquea internazionale) e la risposta, in termini di partecipazione, è sempre superiore alle aspettative. Quindi, ritengo che spesso ci sia un problema di mancanza di comunicazione piuttosto che indifferenza da parte dei subacquei. Qual è lo stato della ricerca nella medicina subacquea? Si potrebbe dire "povero", nel senso che ormai quasi nessuno la finanzia più, nemmeno le organizzazioni militari o di diving commerciale. DAN è rimasto fra le poche entità che, istituzionalmente, conduce ricerca in medicina e sicurezza dell'immersione in ambito internazionale e questo perché auto finanzia le proprie indagini scientifiche grazie al contributo dei suoi membri, infatti una parte della quota associativa pagata da chi si iscrive al DAN va al “Fondo DAN per la ricerca”.
In che direzione si sta andando? Ovvero…cosa ci si aspetta di trovare prossimamente? La direzione più significativa è quella di studiare i sistemi e le modalità per eliminare la percentuale di rischio ancora presente nelle attuali procedure di immersione e decompressione, ottimizzando sia l'economia della decompressione che la risposta fisiologica allo stress decompressivo. Nel contempo, la sempre maggior comprensione di questi meccanismi, aiuta anche ad identificare le migliori modalità terapeutiche, quando gli incidenti accadono. Molti ritengono che la medicina subacquea ed iperbarica sia una “branca” che riguarda poche persone, quali sono invece le applicazioni al di fuori del contesto delle immersioni? Nello specifico, non molte in realtà, ma il fatto è che la risposta agli stress da immersione coinvolge meccanismi comuni ad altre situazioni di carattere neurologico, cardio-vascolare, polmonare, metabolico. Già ora, alcune scoperte del nostro gruppo, riguardanti, per esempio, lo stimolo alla produzione spontanea di eritropoietina a seguito della respirazione di ossigeno normobarico, hanno avuto riscontro internazionale ed applicazione clinica in ambito di discipline mediche non subacquee. Non pensa che forse, proprio per l’aumento esponenziale di chi si immerge, i medici di famiglia debbano avere ormai nel loro background delle nozioni di medicina iperbarica e subacquea, al fine di poter meglio valutare le patologie dei loro pazienti? Sono totalmente d'accordo. Proprio per questo motivo DAN è da tempo attivo nella preparazione dei medici di base e di altre specialità, attraverso programmi di formazione specifica e di educazione continua in medicina. Ovunque si legge del PFO, anche sul mio sito la pagina relativa è una delle più visitate, ma quali sono i rischi reali per chi si immerge, conviene farsi operare? Per rispondere a questa domanda, complessa ma in realtà più semplice di quanto non sembri, ritengo sia utile riportare la posizione ufficiale del DAN, oltre al risultato di un recente convegno ad hoc. [Si trova tutto cliccando su questo link: https://www.daneurope.org/Cronache/CronacaBergamo.htm N.d.A] Fino a qualche anno fa, il “Taravana” era qualcosa di poco concreto, attualmente invece, sono molti i casi clinici su questa patologia, dovuti anche all’aumento delle profondità da parte dei subacquei, qual è lo stato della ricerca su questo campo? Non c'è alcuna significativa ricerca di tipo prospettico anche perché le profondità, i tempi e le frequenze necessari sono raggiungibili da pochi. C'è una certa casistica, anche in Italia, che interessa gruppi siciliani del Siracusano, dei quali fanno parte atleti che si immergono con modalità tali da poter comportare il rischio ed in cui si sono osservati casi riconducibili a questa condizione. Nonostante alcune controversie in merito, si può ragionevolmente ritenere che la sindrome esista e che può far parte. a buon titolo. delle sindromi da decompressione. anche se i suoi precisi meccanismi non sono ancora chiari.
Intervista raccolta in esclusiva da "5 Terre Academy" il 25 luglio 2008. © 5 Terre Academy- 2007 - 2012 Tutti i diritti riservati - |