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Intervista a GIGI CASATI.

Come nasce la tua passione per la subacquea?
Guardando i documentari di Bruno Vailati. Da ragazzino nelle mie giornate libere o nelle vacanze estive frequentavo per passione un negozio di fotografia, il proprietario era un subacqueo. Il suo negozio era frequentato da diversi subacquei del lecchese. Io li sentivo parlare d’immersioni, viaggi, fotografia, ecc. Al lago nei periodi estivi non facevo più il bagno, ma mi dedicavo da autodidatta all’apnea. L’ambiente pullulava di bombolari nessun’apneista in circolazione, anzi l’apnea era vista come il sistema per apprendere l’acquaticità niente di più, quindi il passaggio al corso ARA è stato il primo passo della mia carriera subacquea.
Ricordi la prima volta che hai indossato una maschera?
Provengo da una famiglia povera, mio padre era indaffarato a lavorare per mantenerci, mia madre intenta a gestire l’economia famigliare ed a crescere me e mia sorella, non avevano tempo per lo sport e per di più io sono cresciuto vicino ai monti, a Lecco, in quegli anni chi praticava una attività sportiva avventurosa era sicuramente legato alla montagna.
Non ricordo esattamente quando ho indossato la maschera, ma ricordo l’odore di gomma nel negozio dove compravo a rate le parti di attrezzatura che mi servivano.
Hai seguito i corsi del COMSUBIN, ci racconti qualcosa di quel periodo?
Ricordo che alle visite mediche ci presentammo in più di 2000, alle selezioni eravamo decimati ed dal corso vero e proprio siamo usciti in due. Sicuramente da quel corso ho imparato a sopportare psicologicamente anche forti carichi di stress, la parte pratica è quella che mi ha fatto divertire molto. Si era instaurato un clima di competizione per ottenere il miglior risultato e questo credo sia un importante stimolo per dei ragazzi di appena diciotto-diciannove anni.
Come ti avvicini alla speleologia?
Come per molte cose della vita è stato un caso. Ho iniziato a frequentare una ragazza, Beatrice, che mi ha chiesto se volevo andare in grotta con il loro gruppo. Dopo le prime uscite ero abbastanza deluso dell’ambiente: freddo, umido, argilloso, ma il giorno che ho fatto la mia prima immersione in grotta, un interesse particolare si è risvegliato in me. Da allora ho iniziato a vedere con occhi diversi il regno del buio.

Cosa ti ha ammaliato di essa?
Parliamo di un periodo in cui la subacquea non vedeva la speleologia subacquea anzi, la ostacolava perché considerata pericolosa. In quel periodo gli speleosub erano pochissimi e l’immersione in grotta per me rappresentava l’esplorazione, la possibilità di vedere ambienti che pochi possono vedere, poi il mio campo di azione si è spostato agli ambienti mai visti da nessuno, l’esplorazione allo stato puro. La speleologia subacquea è un’attività che si pratica lontano dagli occhi dei curiosi, si è soli con il proprio Io. Dal mio punto di vista solo chi esplora ambienti vergini prova le sensazioni che lo segnano per la vita.
Lo speleosub è comunque un subacqueo o uno speleologo che utilizza la subacquea unicamente per passare gli ostacoli d'acqua?
Anche se ho iniziato prima con la subacquea preferisco sentirmi uno speleologo. Uno speleologo esplora una grotta, la “studia”, cerca di capirla, di collegarla a un sistema, mentre un subacqueo si limita a percorrerla. Per uno speleologo le tecniche subacquee opportunamente adattate servono solo per percorrere l’ambiente carsico che vuole esplorare sperando che il sifone sia breve e poco profondo, in maniera tale di non trasportare molte attrezzature al sifone e di non tribolare troppo con l’immersione. Un subacqueo raramente esplora i sifoni all’interno di una grotta quindi il suo obiettivo è di andare ad immergersi nelle sorgenti con gallerie completamente allagate.
Hai condotto numerose spedizioni, sia in grotta che in mare, quale ti piace ricordare maggiormente?
E’ difficile scegliere perché la compagnia è sempre fantastica ed i ricordi si basano di più sulle situazioni vissute dal gruppo. I risultati sono importanti ma è meglio ricordare dei buoni amici che dei numeri. Comunque ricordo con un po’ di nostalgia il periodo del circuito aperto dove solo una tecnica perfetta permetteva certi tipi d’immersione e di risultati. Ricordo anche l’immersione all’Elefante Bianco, con il circuito semichiuso, quando raggiunsi i -186m, all’epoca l’immersione più profonda in grotta con un apparecchio a riciclo di questo tipo. Oggi, con l’utilizzo degli apparecchi a riciclo la tecnica si è livellata verso il basso e sebbene porto a termine immersioni mai provate prima da nessuno, non sento più la magia delle spedizioni di un tempo.
Ci racconti, come si organizza una spedizione speleosub?
L’organizzazione di una spedizione a volte è complessa, ha bisogno di tempo e di denaro. Innanzitutto bisogna scegliere l’obiettivo recuperare più dati possibili per avere le idee chiare su cosa andremo ad affrontare. Quando si scelgono paesi nuovi di cui si hanno poche informazioni, è preferibile organizzare una pre-spedizione, che serve per vedere capire e valutare le potenzialità di quella zona. Una volta che si hanno chiari in testa gli obiettivi, la scelta ricade sul tipo di attrezzatura da portare, sul numero di partecipanti e sul tempo da impiegare per ottenere un risultato. Oggi con l’uso dei rebreather anche la gestione di una spedizione si è semplificata, non servono più grossi quantitativi di bombole, di gas, di compressori di grosse dimensioni, di persone disposte a trasportare bombole in acqua e fuori dall’acqua o di passare giornate al compressore, tutto si è snellito rendendo più semplici ed economiche le spedizioni.
Dal punto di vista psicologico e fisico, come ci si prepara?
Sono due aspetti fondamentali nella pratica della speleologia subacquea, l’aspetto psicologico è sicuramente il più importante perché permette di sopportare e gestire situazioni difficili come visibilità limitata o nulla, strettoie difficili, profondità e-o distanze elevate, gestione di una o più emergenze, o dello stress ecc. La parte psicologica la si sviluppa con l’esperienza e la costanza, per esperienza non intendo 20 immersioni e via, intendo anni di attività in varie situazioni che aiutano la forma mentis a consolidarsi.
L’aspetto fisico da parte sua permette di sopportare i carichi di lavoro durante il trasporto delle attrezzature alle sorgenti, oppure tra un sifone e l’altro, o ancora in situazioni più dure trasportarle fino al sifone. Una buona forma fisica permette anche di gestire delle lunghe pinneggiate in quei posti dove non si riescono ad utilizzare i propulsori. Sicuramente anche dal punto di vista metabolico si trae vantaggio da una buona forma fisica. Io preferisco allenarmi in maniera aerobica, credo serva a poco un allenamento prettamente anaerobico. Pratico attività che non solo mi permettono di stare in allenamento, ma che mi permettono anche di divertirmi come: andare in bicicletta, praticare lo sci d’alpinismo, il kayak, il nuoto, ecc.
A cosa pensi durante le lunghe soste di "deco"?
Alla decompressione che mi aspetta, all’immersione che ho appena fatto, a come continuarla, a cosa stanno facendo gli amici che mi assistono, a cosa mangerò uscito dall’acqua, ecc. Un via via di pensieri continui dai più banali ai più complicati.
Dal tuo punto di vista di istruttore, cosa ne pensi delle didattiche e dei loro corsi "fast&furios" che alcune di loro conducono?
Chi è causa del suo mal pianga se stesso. La subacquea ha fatto di tutto per farsi del male permettendo di diventare istruttore dopo poco più di qualche mese dall’inizio dell’attività subacquea. Ora succede anche con quella parte di subacquea che viene chiamata tecnica, sbocciano istruttori trimix che hanno come esperienza poche immersioni in miscela oppure istruttori rebreather che devono affittare il circuito per tenere un corso. Le didattiche si sono inventate gli standard che in teoria dovrebbero essere il punto di partenza per raggiungere un obiettivo ma questa situazione è stata completamente travisata e lo standard viene utilizzato come punto di arrivo. Sta nella coscienza di un istruttore o di un trainer dedicare il tempo necessario per far si che un allievo impari ad eseguire bene gli esercizi necessari e ad acquisire le informazioni corrette ed adatte alla sua formazione.
Sei istruttore e con oltre 1.400 ore di utilizzo del rebreather, cosa ne pensi come macchina? Pensi che sia giusto aprire ad un uso ricreativo di essa?
Il rebreather esige un rispetto particolare delle regole di preparazione e di utilizzo. Per diffonderlo occorre diffondere una cultura diversa della subacquea ossia il responsabilizzare l’utilizzatore della macchina che deve diventare parte attiva nella preparazione della stessa. Il preparare in 2 minuti le bombole e via, non va bene per il rebreather, questo non significa che per montarlo servano ore, basti pensare che in una quindicina di minuti si riescono a preparare all’immersione i circuiti più semplici.
Per quanto riguarda l’utilizzo del rebreather anche nelle immersioni più semplici, i vantaggi fisiologici derivati dall’uso della stessa rispetto al circuito aperto giustificano ampiamente i famosi quindici minuti di preparazione per effettuare ancora più in sicurezza le immersioni anche quelle limitate in profondità.
Fai anche immersioni ricreative?
Si certo, mi capita di giocare come un bambino in muta umida e con il bibo da 7litri a pochi metri di profondità. Nessuno mi obbliga ad immergermi, lo faccio perché adoro stare immerso nell’acqua, e questa sensazione la provo a -2m o a -200m. Sono un trainer TDI-SDI e come istruttore ricreativo SDI mi piace molto durante i corsi dimostrare come si eseguono gli esercizi. L’acquaticità, ahimè, questa sconosciuta, è la parte più ludica dell’immersione, imparare a spostarsi in assenza di peso con la respirazione piuttosto che con un leggero movimento di una mano, trovo che sia molto divertente.
Ti sei immerso un po' ovunque, quali sono i tuoi posti preferiti?
Quelli che mi permettono di tenere la testa sott’acqua, poco importa se gli ambienti sono belli o se ci sono i pesci. Viaggiare significa conoscere gente, che spesso ha poco in comune con me, ma è sempre interessante ascoltare e tentare di capire quello che vogliono trasmettermi.
Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Progetti ce ne sono tanti, spero di riuscire a portarne avanti qualcuno, lontano da quelle situazioni da cui mi sono recentemente dissociato che mi toglievano il gusto in quello che facevo.
Intervista concessa in esclusiva a "5 Terre Academy" 3 maggio 2009.
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