s s
 
 

GAETANO Ninì CAFIERO:

Ninì Cafiero

Il “Principe delle Immagini” di Gaetano Cafiero, edito dalla "Magenes Edizioni". Che dire…un libro che andava scritto! E solo Cafiero poteva farlo, con il suo modo di scrivere, con il suo piglio pignolo e preciso, (un merito non una critica) che lo spinge ad essere completo ed esaustivo in tutte le parti, in tutti gli episodi citati.
Il “Principe delle Immagini” ripercorre la vita di Francesco Alliata di Villafranca, XIV Duca di Salaparuta,dai suoi esordi nella cinematografia che avvengo sotto il fascismo, con la vittoria ai giochi littori del GUF della “M” d’oro per le arti della fotografia; all’attività di cine-operatore di guerra; ai chilometri e chilometri di pellicola girata che gli permettono di conoscere perfettamente quel mezzo che per primo al mondo immergerà poi nelle profondità del mare per riprendere momenti di vita straordinari, che oggi, senza di lui ed i ragazzi della sua “Panaria Film” sarebbero perduti…
Oggi gli strumenti dei professionisti sono telecamere miniaturizzate, con schede elettroniche che regolano le luci ed i colori, ma settant'anni fa pensare di fare solamente una ripresa sottacqua era un'impresa non da poco. Ci provò, e ci riuscì, nel 1946 “affondando” una Arriflex 35mm.
Memorabili furono le immagini della pesca ai tonni, ma soprattutto il film “Vulcano”, che lo vide anche nel ruolo di produttore, un film che vede una splendida Anna Magnani nel ruolo della protagonista. Film che si scontra con “Stromboli” di Roberto Rossellini e Ingrid Bergman, in un intreccio tra professionalità e vita privata. Che la critica purtroppo rivalutò anni dopo, soltanto dopo che si spensero i riflettori “gossipari” sulle vicende. Ma Alliata ed i suoi ragazzi furono premiati a Cannes nel 1947 per i loro documentari subacquei; produssero "Sesto continente", il film di culto di Folco Quilici; portarono sul set, per il film "La carrozza d'oro" di Jean Renoir, un autentico cocchio. E moltissimo altro, che lascio ai lettori scoprire….

Buona lettura!

 

 

L'intervista...

 

Lei è un autore prolifico, 14 libri all'attivo ed un immenso lavoro in qualità di giornalista, come nasce questa sua passione per la parola scritta?

I libri sono 18. Ma, mi pare, comprendendo anche quelli  scritti a quattro o più mani. Più che una passione m’ha spinto un dono naturale: alle elementari i miei componimenti  erano oggetto di pubblica lettura; così alle medie e al liceo delle tre ore canoniche assegnate per lo svolgimento d’un tema la prima la dedicavo al mio tema (e prendevo nove) le altre due ad altrettanti temi da 6 o  7 che mi venivano retribuiti (in denaro o in natura: sigarette, biglietti per il cinema, soldi) dai compagni meno dotati.

Domanda d'obbligo, come si avvicina alla subacquea?

Con le pinne, il fucile e gli occhiali… come recita la canzone di Edoardo Vinello. Negli anni Cinquanta vivevo a Napoli, facevo nuoto agonistico per il Circolo Posillipo. Dar la caccia ai pesci era uno sport molto facile da praticare, da quelle parti e io lo praticavo insieme a un mio compagno di scuola un poco più ricco, Africano Vigo,  che possedeva  un paio di pinne asimmetriche “Dentice” della Salvas, in gomma rossa, e un fucile con la molla a estensione invece che a compressione. Poi mi trovai a frequentare i padri fondatori della subacquea: Claudio Ripa, Ennio Falco, Cesare Olgiay, Alberto Novelli (sono citati nelle “Gocce di storia” di questo mese, N.d.A.).

Qual'è stata la sua prima immersione?

Se la vogliamo chiamare immersione, essa avvenne nel 1945 (avevo 8 anni), nelle acque della scogliera che protegge il Bagno Sirena. Pelos LaCapria, meraviglioso fratello del grande scrittore  Raffaele, mi mise in pugno un fucile Giusti&Malagamba lungo due metri, in alluminio anodizzato  di colore blu. Sparai in un nuvola fitta di “guarracini” (castagnole, ohibò) e ne ammazzai forse quattrocentoventimila, ma non ne recuperai  nemmeno uno.Se per immersione si intende quella con l’ARA, quando l’ho fatta avrò avuto 15 o 16 anni. Ero con Claudio Ripa a Santa Lucia, sulla scogliera artificiale che protegge dalla furia esagerata del mare il mitico Castel dell’Ovo. Claudio Ripa mi avvertì che quel bibombola (2 da 12 litri ciascuna) era pesantissimo, quindi non solo sarei sceso senza zavorra ma per risalire in barca avrei dovuto arrampicarmi sugli scogli. Ero così emozionato che, allacciandomi il bibo sulla schiena feci passare i cosciali sotto il banco della barca  al quale mi legai ben stretto. Poi, non riuscendo ad alzarmi, borbottai: «Davvero sono pesantissime, queste bombole…» Le risate dei miei compagni, buttati a pagliolo con le lacrime agli occhi, mi riportarono alla realtà. Claudio Ripa mi fece un corso: «Quando risali espira, se trattieni l’aria si schiantano i polmoni.»

Ninì Cafiero


La subacquea, per quello che si intende oggi con questa parola, è nata in Italia. Secondo Lei, quali sono stati i nomi più importanti?

Luigi Miraglia, a Napoli,  fu in assoluto il primo in Italia (1932)  a conoscere il nuovo sistema di pesca – sakanachuki – introdotto da pescatori giapponesi di Okinawa. Tra i primi a praticarlo Pasquale Ripa, padre di Claudio, campione del mondo di pesca subacquea nel 1960. Ma l’attività subacquea sportiva  cominciò a diffondersi nel secondo dopoguerra per merito di Luigi Ferraro, reduce dagli uomini Gamma della X Flottiglia Mas, Medaglia d’Oro al Valor Militare. Con lui Duilio Marcante, creatore del metodo d’insegnamento FIPSAS, Antonio Egidio Cressi, fondatore, nel 1942, della prima azienda del settore, Lodovico Mares che sull’Adriatico, durante la prima guerra mondiale, era stato palombaro della Imperial Regia Marina Austro-Ungarica.

Cosa ne pensa delle attuali didattiche che si occupano dell'istruzione dei sub?

In generale ne penso bene, credo che compiano opera meritoria evitando ai neofiti tutti i traumi che dovevano subire i pionieri.

Non pensa che, malgrado statistiche riportino che la maggior parte dei sub siano laureati e quindi dotati di una certa cultura, si immergono con supponenza, ignoranza, sia della biologia che della sicurezza, che della storia della subacquea?

L’Italia è l’unico Paese al mondo dove gli sconosciuti si presentano per titolo di studio: «Molto lieto, geometra Pippo Palletta!» «Onoratissimo! Ingegner Luigi Casermone». Ma l’istruzione scolastica, il titolo di studio hanno ben poco a che fare con la curiosità  intellettuale. Salvatore Lo Bianco fu uno dei ricercatori più famosi dell’Acquario di Napoli. Qui aveva cominciato a lavorare come barcaiolo e si era talmente appassionato al suo lavoro che, frequentando le scuole serali, si era diplomato, poi laureato ed era diventato professore.   

"Il Pricipe delle immagini", la storia di Fracesco Alliata di Villafranca e della sua "Panaria Film" è un libro interessante, che sottolinea l'invettiva, la sperimentazione, sia della subacquea che della video-ripresa, non pensa che un po' tutti, da Enti a Festival (dove attribuiscono pinne, palme, orsi, leoni)...si siano dimenticati di lui?

No, non si sono dimenticati di lui. Mentre scrivevo “Il Principe delle Immagini” Francesco Alliata e la Panaria Film vivevano un lungo ciclo celebrativo che non si è ancora concluso: il 20 giugno Alliata sarà ospite d’onore a Pisa in una manifestazione sul tema cinema e ricerca archeologica; pochi anni fa Nello Correale ha addirittura realizzato un documentario, “I ragazzi della Panaria”, il nobile siciliano ha avuto mostre dedicate al suo cinema, al Tribeca Film Festival di New York, a Monaco di Baviera, il prossimo ottobre dovrebbe essere festeggiato al Festival Mondiale de l’Image Sousmarine di Antibes-Juan-les-Pins eccetera

Come nasce l'idea di questo libro?

Nasce nella testa di un editore che mi presenta il principe e mi conferisce l’incarico di scrivere un libro su di lui. Io lo avevo nominato per la prima volta, sbagliandone il predicato (di Monreale, avevo scritto, invece che di Villafranca) nel mio libro “Vita da sub” nel 1977. Nel 2005 avevo finito di scrivere. Ma l’editore che mi aveva commissionato il libro dette forfait per difficoltà economiche sue. Mi autorizzò a trovare un altro editore, cosa che io feci. Nel frattempo avevo continuato a frequentare il principe Alliata aggiungendo tanti particolari importanti alla mia storia.

Pensa che oggi possa rivivere in qualche maniera un gruppo come la "Panaria Film", oppure, proprio per il cambio del cinema, con le sue ricostruzioni virtuali, non ha più senso?

Certo che potrebbe. Sono le idee quelle che contano, non lo strumento per realizzarle. Il cinema è sempre stato finzione e se gli strumenti per truccare la realtà diventano digitali non cambia nulla rispetto a quando erano, diciamo così, analogici. Prendi la fotografia digitale: troppi sono convinti che si possano sbagliare completamente le fotografie che poi al computer tutto si aggiusta. Assolutamente falso. Per fare buone fotografie digitali valgono le stesse regole della fotografia su pellicola. Con qualche vantaggio, certo, ma nulla di più.

I filmati di oggi, se si toglie la musica e il montaggio che con tutti i suoi effetti ormai dura più del tempo delle riprese, è di qualità decisamente bassa...pensa che sia dovuto a mancanza di idee o di fondi che permetterebbero di "esplorare" mari diversi?

A questa domanda ti rispondo esattamente come sopra...

Passando dalle riprese video alla carta stampata, lei ha scritto su quasi tutte le riviste del settore rietiene che comunque, con il passare degli anni la loro qualità dei contenuti sia peggiorata?

Non è che sia peggiorata: si è omologata. Tutte le riviste di settore scrivono le stesse cose e pubblicano a ripubblicano gli stessi servizi. Del resto un vecchio adagio afferma che non c’è nulla di più inedito del già pubblicato. E i vecchi lettori vengono continuamente sostituiti dai nuovi i quali non hanno ancora letto i vecchi articoli e così via. Infatti le riviste sopravvivono, nonostante la ristrettezza della nicchia di mercato cui si rivolgono. E io, sinceramente, non so che cosa saprei fare di meglio qualora un editore mi affidasse la sua testata.

A leggere i forum di subacquei, nel grande mare virtuale che è la rete...sembra che i subacquei si lamentino delle scarse occasioni di ritrovarsi, di parlare di sicurezza, di provare materiale, di idee per contrastare i regolamenti delle AMP, salvo poi disertare festival, conferenze e soprattutto non firmare manifesti e petizioni......cosa ne pensa?

Che la rete ha aumentato all’infinito le occasioni di incontro  e di dibattito. Questo eccesso di opportunità finisce per frenare le iniziative. Ma quando ci saremo tutti perfettamente adeguati alle opportunità offerta del web (non lo siamo ancora, almeno non tutti)
Le cose andranno senz’altro meglio.

Le industrie produttrici di attrezzature, non pensa che siano diventate troppo attente al lato economico e poco a tutto il resto?Attualmente tra gav, mute, pinne, computer, erogatori e soprattutto i corsi, pensare di andare in acqua non è proprio alla portata di tutti, soprattutto...nessuno spenderebbe una cifra del genere solo per vedere se gli piace questo tipo di "turismo"...

L’industria deve fare profitti per esistere e prosperare. Quindi offre prodotti sempre migliori che costano sempre più cari. Certo,  andare sott’acqua non è alla portata di tutti: come del resto altri sport: l’equitazione, lo sci, la caccia…  ma è alla portata di tutti mettere una maschera sul volto e sbirciare sott’acqua. E se gli piace (il che è molto probabile) non ci sarà costo che potrà fermarlo.

Ultimissima domanda,e mi rivolgo a lei, nella Sua veste di palombaro....il cappello di lana rossa, da indossare sotto l'elmo...da dove arriva questa usanza?

Ninì Cafiero

Qualche mese fa accompagnai i fratelli Piero e Guido Simoni, palombari elbani professionisti, a fare un lavoro nella loro isola. Guido indossò “le lane” regolamentari sotto lo scafandro: maglia e pantaloni bianchi, fascia di lana rossa in vita, zucchetto rosso. Perché? Non me lo seppero dire. Raccontai loro quel che sapevo io: una parte molto importante del lavoro del palombaro consiste nel piazzare esplosivi in strutture sommerse da demolire. Prima di far brillare queste cariche è necessario accertarsi che tutti i palombari siano riemersi. E in un cantiere in piena attività, che impiega più d’un palombaro lo zucchetto rosso è un  eccellente distintivo: si hanno quattro palombari al lavoro, quando si contano a bordo quattro zucchetti rossi, allora “booom!”si fanno saltare le cariche predisposte. Erano tutti a bordo dell’Artiglio, il 7 dicembre 1930, i palombari che avevano minato per l’ultima volta il relitto del Florence, affondato davanti al porto francese di Saint-Nazaire. Ma la distanza tra la nave dei palombari e il relitto si era andata via via riducendo. Fino a 170 metri. Le cariche esplosive poste dai palombari fecero però saltare in aria anche 150 tonnellate di munizioni imbarcate sul mercantile francese e per l’Artiglio e il suo equipaggio non ci fu scampo. Nonostante gli zucchetti rossi.

 

Intervista concessa in esclusiva a "5 Terre Academy" il 05/06/2008. Fotografie gentilmente concesse dalla rivista "Sottacqua".

 

.
.

© 5 Terre Academy- 2007 - 2012 Tutti i diritti riservati -
Tutti i materiali pubblicati nel sito, salvo diversa indicazione, sono di proprietà dei 5 Terre Academy e/o dei rispettivi autori.
E' vietata la ripubblicazione anche parziale di contenuti testuali o immagini del sito senza autorizzazione scritta.