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INTERVISTA A PAOLO BASTONI:
Quest'intervista nasce da una delle lunghissime chiaccherate che quasi quotidianamente ci scambiamo io e Paolo... un giorno gli dico: "Paolo, e se ti registrassi un paio di domande? che così le metto nel mio portale?...". Vi lascio immaginare la fatica di aver "sbobinato" tutte le battute di quelle che dovevano essere solo un paio di domande veloci veloci...ma che offrono il quadro della subacquea di un bravo direttore, di un bravo professionista, di un bravo fotografo...questa domande, come tantissime altre (che forse alcune di esse troveranno nuovamente spazio su queste pagine web) mi hanno permesso di arrichirmi molto di "universi" che mi hanno sempre incuriosito...dal giornalismo alla fotografia, alla subacquea con i suoi protagonisti! Permettendomi, man mano che procedo su questi terreni, opss..acquee, di poter metterni alla prova!
Caro PAOLO, un'intervista veloce veloce per "5 terre academy":
Il tuo nome nell'ambiente è super conosciuto, i tuoi servizi sono straordinari. Raccontami un po’ da quando e com’è nata questa passione…
Se questo è un modo per blandire il direttore del giornale con il quale collabori per ottenere un aumento, scordatelo! In ogni caso, se vuoi farti del male ascoltando una mia autobiografia – visto che tra i molti doni che possiedo quello della sintesi mi è completamente sconosciuto – ti accontento subito.
In realtà ho iniziato a fotografare e a lavorare in camera oscura che avevo sei-sette anni: a cinque anni vinsi un concorso di pittura organizzato da un negozio della Standa (a Milano) e il premio era una macchina fotografica, come a dire: smetti di usare i pennelli e passa alle foto. Due anni dopo con quella macchina, in occasione di un premio istituito dalla curia milanese per le celebrazione per non so che anniversario della costruzione del Duomo realizzai il mio primo reportage fotografico sul tesoro contenuto nelle cripte e vinsi il premio nella mia categoria (scuole elementari). Più tardi, attorno ai diciassette anni, quando praticavo agonismo (basket), iniziai qualche timida collaborazione con Giganti del Basket, sia fotografica sia “di penna”.
All’Università scelsi medicina ma dovetti abbandonarla dopo qualche anno e, siccome dovevo procurarmi da mangiare e le cose che sapevo fare erano molto poche oltre a studiare – suonavo e facevo foto – “emigrai” a Genova e trovai immediatamente lavoro da un fotografo. Tornato a Milano qualche anno dopo, dopo una breve esperienza “sotto padrone” aprii il mio studio nei primi anni ’80 e iniziai seguendo la Coppa del Mondo di sci e, parallelamente, facevo moda e pubblicità. Questa attività continuò fino agli inizi degli anni ’90 quando mi dedicai completamente al reportage di viaggio. Il resto è storia odierna.
In ogni caso una costante che ho compreso della mia vita è che la fotografia – tra i vari mezzi che uso per esprimermi insieme con la scrittura e la musica – è il linguaggio che ritengo più completamente “mio”.
Vedendo il tuo sito personale, non ti sei occupato solo del Sesto Continente...
Il “Sesto Continente”, insieme con fotografia e musica, è uno dei grandi amori della mia vita, visto che ho avuto la fortuna di iniziare ad andare sott’acqua ad un’età oggi forse più normale ma allora decisamente inusitata. Ma la fotografia va intesa a tutto tondo. Cerco di spiegarmi: ci sono molti subacquei che, avendo un discreto senso estetico ed un corposo estratto conto hanno avuto in passato la possibilità di girare il mondo fotografando, realizzando anche “d’istinto” belle immagini, ma per i quali la fotografia non rappresenta né il mezzo per guadagnarsi il pane né, probabilmente, il mezzo attraverso il quale realizzarsi. Se prendiamo ad esempio alcuni grandi nomi americani, collaboratori di National Geographic (che per me resta sempre un modello), parlo di gente come Flip Schulke o come Mike Yamashita, trovi che realizzano straordinarie immagini, sia sopra sia sotto il mare. Perché sono Fotografi. E possiedono la capacità di restituire attraverso le loro immagini la sintesi delle emozioni che un determinato momento offre a chi le sa vedere. Ecco: il fotografo – un po’ come il pittore – ha il compito di aiutare colui che non ha il dono di percepire emozioni da una forma o un colore a ritrovarle offrendogli in un’immagine la sintesi di quell’emozione concentrando l’attenzione sulle componenti visuali che costruiscono quell’emozione.
In Italia di “Fotografi” non ce ne sono stati molti, a mio avviso. Sopra a tutti metto un certo Enrico Cappelletti dalla sensibilità straordinaria, poi in questo gruppo ideale mi sento di citare, a caso, Roberto Merlo, Roberto Dei, Danilo Cedrone... non me ne vogliano i non citati, un po’ per dimenticanza un po’ perché... è meglio così...
Per quel che mi riguarda il lavoro in sala di posa costruendo l’immagine nel banco ottico, ricreando situazioni e atmosfere con le luci e la posizione degli oggetti mi è sempre piaciuto molto. Le ragioni per cui ho abbandonato quel tipo di lavoro sono state sostanzialmente due: non sopportavo più quell’ambiente e desideravo conoscere il mondo e scoprire da culture diverse quel che avevo da imparare e quel che potevo sintetizzare con le mie immagini...
Cosa utilizzi come attrezzatura?
Lasciami citare un attimo la mia Sinar – il banco ottico con il quale ho lavorato per molti anni e che mi ha dato tantissime soddisfazioni. Nel reportage – da sempre – uso Nikon. Sono passato attraverso le varie fasi: dalla “F” alla “F2”, poi sono rimasto fermo fino all’arrivo della “F5” che ha anche cambiato il mio modo di utilizzare gli obiettivi: fino a quel momento avevo rifiutato sdegnosamente gli zoom e me ne andavo in giro con nove ottiche, dal 15 (che mi venne però rubato molti anni fa) al 300 mm.
Passando alla F5 ho fatto anche qui un’operazione di sintesi: tre ottiche – un 20, un 24-120 ed un 80-400 stabilizzato – e due corpi (prima erano tre per poter avere a portata di mano tre ottiche differenti.
Non sono ancora passato al digitale, nonostante abbia iniziato ad usare fin dagli inizi questi apparecchi sia per i workshop che ho fatto per Nikon sia per le recensioni che facevo su giornali specializzati. La ragione principale è data dal fatto che non sopportavo di perdere in angolo di campo, visto che i sensori Nikon erano più piccoli del fotogramma classico in pellicola, per cui io – che uso moltissimo il grandangolare – mi sarei trovato a dover rinunciare ad un po’ di angolo di campo. Ora, con l’uscita della – meravigliosa, lasciamelo dire! – D3, accoppiata a quello splendido zoom che è il 14-24, facendo i conti con il mio salvadanaio, mi sto decidendo al (ahimè dispendioso) passo.
Sottacqua invece resto uomo analogico: per il tipo di immagini che realizzo io non mi trovo ancora con il digitale. Mi spiego perché non vorrei che mi venisse attribuita una errata interpretazione: il digitale sott’acqua è straordinario perché riesci a fotografare, in maniera equilibrata, anche con luci scarse, perché ti permette di rivedere immediatamente i risultati di uno scatto, perché non resti mai senza pellicola, e per la maggior parte di fotografi è senz’altro la soluzione migliore. Io, purtroppo, nelle mie foto ci sbatto spesso dentro dei bei controluce e oggi, a quanto mi risulta, non c’è nessuna, e sottolineo “nessuna” macchina che mi dia, nel controluce, gli stessi risultati della pellicola.
Altro dettaglio per cui sono controcorrente è che io continuo ad usare imperterrito le mie Nikonos, sia V sia III. Se sto realizzando un servizio dove so che ho poche immersioni a disposizione io scendo con tre-quattro corpi macchina, uno con il 15 e montati due flash (due Ikelite 225 che hanno fatto le guerre puniche e vanno forti come dei tir), e gli altri con un altro 15 e il 28 e, eventualmente, anche il 35.
Non faccio quasi per niente la macro (e, dal punto di vista professionale è un errore) perché non mi piace, è “troppo semplice” e dà un’immagine riduttiva e incompleta di quel che si vive sott’acqua. Non offre molte possibilità di ricerca dell’inquadratura ed è, secondo me, fin troppo abusata. Penso a chi non è mai stato sott’acqua e si immaginerà che il mondo sommerso è tutto coloratissimo con flabelline, vacchette e Coris julis (spero di averlo pronunciato correttamente sennò chi lo sente Angelo? Mojetta N.d.R.) delle dimensioni di bistecche.
Ma il fascino del blu? Di un relitto che ti appare dal nulla? Dei toni monocromatici che, davvero, incontriamo sott’acqua? Magari anche con il punto di luce di una torcia che illumina un organismo, ma dal punto di vista dell’osservatore, di me, fotografo, che sto assistendo alla scena da una certa distanza. E, insomma, all’uomo immerso nell’ambiente.
Come nasce una fotografia? Dove risiedono le difficoltà? Insomma…dacci un paio di “trucchi” per migliorare.
Aha! La domanda da cento milioni di euro! Francamente non so risponderti. Provo a dirti una cosa che forse mi farà passare da sbruffone o da uno che “ci fa”. Io penso che, almeno per me, una fotografia nasca dalla Tempesta del Giorgione o da un qualunque quadro del Goya, piuttosto che da un Magritte o da un Hopper. Oppure, per restare in campo fotografico, da un Ansel Adams o da un Edward Weston o da un Pete Turner. Il tutto rimescolato e condito dal mio cervello, dalle mie esperienze, dalla mia sensibilità. Io credo che, per formarsi, chiunque ami l’arte – che sia la fotografia, la pittura, la scultura, la musica – debba confrontarsi con quello che altri hanno fatto in quel campo. Questo non significa imitare qualcun altro, ma metabolizzare le esperienze di un’altra sensibilità diversa dalla tua e cercar di cogliere gli spunti, formali e sostanziali, che quell’immagine, quadro, statua o brano musicale ti possono offrire. Spunti che, magari, allo stesso autore non sono apparsi tali.
Poi, sempre secondo me, bisogna imparare a “vedere” partendo da punti di vista insoliti. Un esempio: tutti noi siamo abituati a vedere un bambino dall’alto in basso, per cui una fotografia che ritragga un bambino da questo punto di vista è scontata e non presenta nessun nuovo modo di analizzare una realtà conosciuta. Proviamo ad abbassarci al disotto del bambino, ad inquadrarlo dal basso in alto: vedremo cambiare finanche l’espressione del suo viso, lo vedremo – forse – come un adulto in nuce. Avremo sensazioni affatto differenti. E offriremo un punto di vista e un modo di pensare al soggetto che stiamo riprendendo insolito, offrendo uno spunto che offra altri argomenti di riflessione.
La difficoltà maggiore, secondo me, non viene dalla tecnica, che uno acquisisce con il tempo, ma dalla capacità di staccarci da archetipi comuni per guardare con occhi diversi una realtà consueta, dello staccarci da un modo facile, sicuro e collaudato di vedere una realtà cercando altri punti di vista, cercando “il risvolto della medaglia”. E questa, che per me è una realtà nella fotografia, è anche una profonda metafora di come l’uomo tende ad appiattirsi su certe convinzioni preconcette senza cercare di capire “l’altro”, il diverso da sé...
Passiamo alla tua attività di direttore di una rivista on-line, raccontaci come nasce sott'acqua...
Beh, nasce come tutti gli altri giornali: ci sono, come ben sai, due sezioni: le rubriche e i servizi, diciamo così, “varaibili”. Le rubriche sono gestite autonomamente dai vari curatori e il compito della redazione è solo quello di rammentare ai collaboratori le scadenze di consegna. Scadenze che qualcuno, tipo il curatore della rubrica sull’apnea che probabilmente tu conosci, rispetta con una discreta precisione, altri invece è un disastro perché a causa delle loro occupazioni professionali sono sistematicamente in ritardo. Questo sarebbe una iattura se fossimo un giornale tradizionale, “di carta”, perché bisognerebbe andare in stampa solo dopo aver completato il numero e consegnare allo stampatore con un giorno di ritardo può significare slittare di una settimana con la stampa con un disastro in edicola. Per fortuna internet consente di aggiungere istantaneamente i contenuti. In ogni caso non è bello perché la gente si abitua a leggerci come un mensile e, non trovando magari la rubrica che li interessa con costanza all’uscita del giornale,alla lunga può disamorasi. Per ora non accade, però è una delle cose per le quali stiamo cercando un rimedio. L’altra parte è quella dei servizi, reportages, cronache, ecc. Per questa parte esiste una programmazione di massima che, come in ogni giornale, può essere sconvolta in funzione dell’arrivo di materiale interessante che richiede l’immediata pubblicazione. Contrariamente a quanto si fa in genere in tutte le riviste su SOTTACQUA (ma anche sul giornale cartaceo che conducevo prima di questo) non si fa la “cucina” del giornale.
Questo termine gergale che si usa nei giornali sta ad indicare che ogni “pezzo” che arriva in redazione viene praticamente riscritto per omogeneizzarlo con lo stile del resto del giornale. Questo a me non piace perché toglie freschezza al primo scritto dell’Autore che racconta di cose vissute in prima persona trasferendo le emozioni che ha provato e che, certamente, il redattore che riscrive non ha provato. Questa operazione può rendersi necessaria quando un collaboratore non è all’altezza di gestire con proprietà la lingua italiana (e credo sia nata proprio nelle stanze della “nera” dove operavano cronisti d’assalto più familiari con questure e luoghi loschi che con l’Accademia della Crusca). Nel caso di SOTTACQUA mi sembra, ad occhio, che abbiamo un livello culturale tale per cui il direttore si sentirebbe imbarazzato a por mano ai testi di chichessia, oltretutto, visto l’alto grado di specializzazione di ogni rubrica, non possiedo nemmeno le competenze per farlo.
Dal punto di vista concettuale poi ho scelto dei collaboratori la cui competenza professionale è ai massimi livelli nei vari settori che curano e, anche se magari posso non essere d’accordo con alcune affermazioni, mi sono imposto di lasciare la massima libertà (finché non è in gioco la mia responsabilità legale personale come direttore) nell’affrontare ogni argomento: la linea editoriale di SOTTACQUA è quella della massima trasparenza e, a fronte di affermazioni non condivise da qualche lettore, sono pronto ad aprire gli spazi per un dibattito pubblico. Io stesso ho precisato, in un paio di occasioni, che di alcune affermazioni non ne condividevo il contenuto.
Proseguendo nella “costruzione” del giornale ci sono gli ultimi tre aspetti: le immagini, l’impaginazione e la “stampa”.
Per quanto attiene alle fotografie impiegate quelle – ahimè, ma me la voglio io, perché, visto che nasco come fotografo, ci tengo alla buona qualità dell’immagine, così come facevo anche nella precedente esperienza editoriale – me le passo tutte per ottimizzarle all’uso su internet. Di ogni foto che mi arriva e che viene pubblicata, oltre a intervenire su colori e contrasti per adeguarle alla visione su computer, ne faccio dalle due alle tre copie (mantenendo senza modifiche l’originale). Prima di tutto ho la necessità di rinominare tutte le foto in maniera da renderle più comprensibili nell’organizzazione delle directory nelle quali collocarle. Quindi la prima immagine viene salvata nel formato massimo che impieghiamo (di solito 500 o 650 pixel per le immagini dei reportage), ottenuta questa faccio altre due copie, una a 240/300 pixel per il lato lungo che servirà ad essere inserita nel “pezzo”, in pagina, l’altra rigorosamente a 120 pixel che serve come miniatura nel portfolio sulla quale andare a cliccare per avere l’ingrandimento. Questo lavoro, in genere, mi porta via dieci-dodici ore per servizio, a volte di più se le immagini superano un certo numero: visto che non dobbiamo fare i conti con lo spazio solitamente le fotografie che riceviamo le pubblichiamo tutte.
L’impaginazione, in html, è abbastanza semplice, solo monotona e ripetitiva, e questa la facciamo, solitamente, a seconda dei periodi, in due-tre. Purtroppo il CMS che abbiamo annunciato già fin troppe volte sembra incontrare problemi di vario genere per cui allo stato delle cose non so in realtà quando diventerà operativo. Certo che con il CMS alcuni problemi di velocità nell’aggiornamento saranno superati. Quando arriverà...
L’ultimo passo, quello della pubblicazione sul server, invece me lo seguo da solo, mi porta via qualche ora perché i Mb di cui è fatto il giornale sono tanti e se non avessimo un’ADSL efficiente dovremmo iniziare a pubblicare un mese prima.
Due aspetti a parte: la copertina e le news. Per quanto riguarda la prima le foto le scelgo io in funzione dei servizi pubblicati, costruisco un’immagine su livelli in Photoshop finché non sono soddisfatto quindi ne ricavo il jpeg che sarà l’immagine di copertina. A questo proposito sono stato molto in dubbio se rendere interattiva la copertina stessa consentendo di accedere direttamente agli articoli degli “strilli”, ma alla fine ho preferito che ci fosse un passaggio obbligato per l’editoriale in quanto desidero che il lettore comprenda e conosca (se non se lo salta a piè pari) la linea e la filosofia editoriale che voglio conferire alla rivista stimolando, magari, dibattiti.
Per quanto riguarda invece le news queste vengono costantemente aggiornate nell’arco del mese in funzione delle segnalazioni e dei comunicati stampa che ci pervengono.
Purtroppo data la redazione “ristretta” che per ora abbiamo non sempre riusciamo ad aggiornare con la rapidità che sarebbe auspicabile alcune sezioni come i link o i libri o le news dalla nautica.
Non ti manca la carta stampata? pensi che sott'acqua possa andare in stampa?
Devi sapere che quando prendo in mano uno stampato, libro, rivista, quotidiano, anche i depliant pubblicitari, la prima cosa che faccio è portarlo al naso per annusarlo: mi piace l’odore della carta stampata, alcune pubblicazione sono anche in grado di riconoscerle con l’olfatto, come il Venerdì di Repubblica o il magazine del Corriere della Sera, perché usano inchiostri riconoscibilissimi.
La carta stampata mi manca per questo e per la possibilità di “sparare” una fotografia a pieno formato: le fotografie in internet sono certamente penalizzate.
D’altra parte sono assolutamente convinto sulla bontà e sul futuro di questo mezzo: a parte il risvolto “ambientalista” visto che pubblicare nel web non richiede l’abbattimento di piante per far la carta, l’immediatezza dello strumento è ormai una presenza costante nei mezzi di comunicazione, e lo sarà sempre di più man mano che il ricambio generazionale proseguirà: i ragazzi di quindici-sedici anni, i subacquei di domani praticamente utilizzano con sistematicità questo mezzo, e il bello di internet è anche la capillarità di penetrazione tra i lettori. SOTTACQUA riceve contatti praticamente da tutto il mondo, dal Giappone all’Argentina, dalla Papua alla Russia, in Europa abbiamo lettori praticamente da tutte le nazioni tranne, se non ricordo male, da Polonia e Romania, le altre, dal Liechtenstein a Creta a Malta sono rappresentate tutte.
Riguardo all’andare in stampa ci sono due progetti dei quali sto valutando i tempi nei quali potranno partire ma che sono praticamente decisi ambedue. Uno prevede di realizzare dei pdf, impaginati tradizionalmente, quindi con una grafica “non da internet”, di una selezione di articoli che riteniamo di interesse generale, che siano viaggi o altro, in maniera (e ci è stato chiesto da più parti) che il lettore possa scaricarseli e stamparseli, se vuole. Tra l’altro l’intenzione sarebbe anche quella di proporre questi articoli anche in inglese, almeno, e, forse, in tedesco, ma per questo (le traduzioni) ci vorrà tempo.
La seconda opzione, che vorrei riuscire a concretizzare almeno entro settembre, è iniziare a proporre una collana di libri fotografici che dovrebbero venire stampati e proposti on-demand, e, in virtù di questo, personalizzati e dedicati dall’Autore all’acquirente. Probabilmente potrebbero costare un pochino in più di quelli acquistati in libreria ma, a parte che si potranno avere libri di fotografi che altrimenti non si troverebbero perché non hanno mai pubblicato.

Quali sono i pro ed i contro di essere on-line?
Credo di averli elencati nella risposta precedente: tra i vantaggi la penetrazione tra i lettori (la gratuità nella consultazione per i lettori stessi), la velocità nell’interazione tra lettore e giornale, la diffusione davvero world-wide.
Tra gli aspetti negativi l’assenza di qualcosa di tangibile in mano, il sacrificare le fotografie ai formati concessi dal web e dai monitor di cui si dispone...
Voglio ricordare, comunque, che sta venendo sviluppato un dispositivo che risulterà essere, alla fine, un vero e proprio giornale elettronico da portarsi in metropolitana: uno schermo sottilissimo (e piegabile o arrotolabile) che, collegato via USB o con altri dispositivi wireless, consentirà di scaricare nella propria memoria tutto un giornale consultabile poi, appunto, in ogni momento, interfacciandolo con una stampante per stampare i contenuti che interessano. Questo dispositivo non è fantascienza, esiste già (mi pare che il formato massimo che siano riusciti per ora a raggiungere sia 18x24 cm), nasce sulla base della tecnologia delle cosiddette “cornici elettroniche”, già in vendita regolarmente, e i produttori assicurano che in tempi relativamente brevi si arriverà all’evoluzione che ho citato. Questo è il futuro della stampa: il Signore degli Anelli verrà contenuto tutto in un foglio – pieghevole – di silicio di pochi millimetri di spessore, e tu potrai passare a leggere il tomo da 1000 pagine e, quando decidi di cambiare, SOTTACQUA, in tram, in poltrona o dove diavolo preferisci. Un po’ come la rivoluzione che hanno portato gli i-pod nella musica, insomma...
Cosa ne pensi di certa concorrenza? in fondo voi siete un giornale e non un semplice portale...
Domanda birichina.... intanto ti ringrazio di aver sottolineato un aspetto che, comunque, avrei citato io prima della fine. È vero: c’è una differenza sostanziale tra SOTTACQUA e qualunque altro portale, almeno quelli che vorrebbero fare della comunicazione. SOTTACQUA è un giornale regolarmente registrato in Tribunale – come prevede la legge – diretto da un giornalista iscritto all’Ordine – come prevede la legge – che, in virtù di tutto questo deve rispondere a determinate regole deontologiche che altri non sono obbligati a rispettare.
Tutto questo non vuole essere una difesa ad oltranza del nostro Ordine che ha, sono il primo a riconoscerlo, una serie di pecche, ma nei riguardi nostri, al nostro interno. È invece uno strumento utile a tutelare il lettore garantendo che chi ne fa parte deve accettare e rispettare quelle norme deontologiche che dicevo poc’anzi. Chi ne fa parte significa che ha un trascorso professionale che gli ha consentito di accedervi, una professionalità, quindi, che chi fa un altro lavoro e scrive o “cronacheggia” per hobby non possiede com’è ovvio che sia.
Tutti, o quasi, coloro che collaborano con SOTTACQUA vivono del lavoro giornalistico, non si dilettano in altre occupazioni salvo dedicarsi alla domenica nelle cronache locali.
Oltretutto con il mio giornale voglio fare un discorso di qualità – qualità che ci è anche stata riconosciuta da più parti nel recente EUDI – in fondo basta scorrere la lista dei collaboratori e andare a spulciare nei loro curricula per capire qual’è la strada che stiamo seguendo.
Oltretutto a breve inizieremo ad ospitare contributi di personaggi che hanno costruito e fatta grande la nostra attività, personaggi dal grande rilievo culturale. Qualcuno fa già parte fin dagli esordi del nostro crew, a partire da Angelo Mojetta, mio vice e co-editore, nominando subito dopo Ninì Cafiero, altro caro amico (e giuro che non si tratta di piaggeria: chi mi conosce sa che non ne sono incline) e grande giornalista, non solo nel nostro settore. Tra l’altro stiamo preparando un’iniziativa interessante, tutti e tre...con un quarto... ma di questo ne parleremo più avanti.
Sulla qualità dei portali poi, per esempio, possono testimoniare due contributi sul numero di questo mese, uno di Antonio Colacino, ufficiale di Marina di lavoro ma fotobiologo de facto il quale denunciava la pubblicazione, senza neppure la citazione del suo nome di un tot di sue fotografie da parte – appunto – di un portale di subacquea. Ben più grave è quello che denuncia Angelo Mojetta: su un altro portale dedicato agli animali ha scoperto che i testi delle schede tassonomiche dei pesci sono state copiate – paro paro – da un suo libro con la sfrontatezza, per giunta, di inserire l’avvertenza che i testi sono protetti da copyright e che la copia e la riproduzione dei contenuti è vietata.
Avessi fatto io una roba del genere, il mio tesserino dell’Ordine sarebbe già in fondo al cestino della carta straccia, in ogni caso l’ufficio legale della Mondadori sta interessandosi alla cosa...
In definitiva: nella domanda tu mi parli di concorrenza, in realtà non c’è nessuna concorrenza, un giornale è una cosa e un portale un’altra, in particolare SOTTACQUA ha un potenziale di contenuti tale, espresso dai collaboratori, che certo nessun portale che vorrebbe scimiottare un giornale può possedere.
Quest’anno si è innescata una grande polemica sulla gestione delle AMP e del loro rapporto con i pescasub, vedi una strada percorribile oppure pensi che si arriverà ad uno scontro frontale tra ministero dell’ambiente e gestori da una parte e pescasub e produttori dall’altro?
Altra domanda “scivolosa”... Beh, certamente certe frange protezionistiche abolirebbero la pesa subacquea tout court. Io sono stato pescatore fino a metà degli anni ’90. smisi per una questione (ipocrita) di coscienza. Dico ipocrita perché se ad un certo punto mi fa pena finire il pesce con una coltellata nella testa e sfilarlo dalla fiocina per coerenza non dovrei nemmeno mangiarmelo acquistandolo in pescheria o al ristorante. Questo è un conflitto interno che non risolverò mai, credo. Inoltre mi sta tornando la voglia di comprarmi di nuovo un fucile e rimettermi a pescare (ne ho visto un prototipo in questi giorni che potrebbe farmi tornar davvero la voglia... ma non posso dire di che marca, ovviamente). Comunque la tua domanda apre un discorso complicato: a voler spendere una parola in favore della caccia rischi di passare per “sparatutto” che non ama animali e natura, a fare un discorso sulla tutela dell’ambiente ti prendono per talebano che non rispetta i desideri di una frangia di popolazione.
Bene. le cose, per me, stanno così: le AMP è bene che ci siano, è bene educare la gente, fin da piccoli, alla conoscenza ed al rispetto della natura ed il modo migliore per farlo è creando ambienti nei quali i visitatori possano incontrare gli organismi che popolano il mare per guardarli, fotografarli... e basta.
Però. Però bisognerebbe procedere con due azioni: primo effettuare delle zonazioni corrette che permettano di fruire davvero del mare, anche per chi pratica la pesca, e che questa attività non sia riservata solo ai nativi o ai residenti, cosa decisamente incostituzionale (e su questo aspetto prossimamente SOTTACQUA prenderà delle posizioni chiare).
Secondo, e più importante, non è nemmeno “parchizzando” tutte le coste italiane che si procede alla tutela dell’ambiente, l’unica cosa che si tutela con questo metodo è il posto di lavoro dei locali che tentano di crearsi un monopolio nella gestione delle coste e del mare, basti vedere cosa succede in Toscana.
Forse i margini per una trattativa ci sono ancora, forse bisognerebbe costruire un tavolo comune – pescatori-Ministero, o meglio, subacquei-Ministero – che valuti la situazione e rediga norme condivisibili e non semplicemente vessatorie.
Anche perché poi vai a vedere e laddove a me, apneista di medie capacità è vietato andare a cercar di prendere il mio sarago o il mio muggine, il vacanziero amante della pesca che mette giù un palamito con un centinaio di ami può pescare tutto quel che gli pare...
Mmmm... in effetti non sono tanto ottimista, e credo che la campagna che lanceremo in autunno attraverso il giornale solleverà un po’ di discussioni...
Hai gestito per anni con Angela (Macaluso) vari diving, da prima ad ora, pensi che i sub siano cambiati?
Beh, il diving di cui parli, a Ustica, è stato chiuso a metà degli anni ’90, quindi dodici-tredici anni fa. Oggi ho contatti con i subacquei solo attraverso le lettere che ricevo al giornale, nelle rare uscite che faccio inserendomi in qualche gruppo con i diving (sott’acqua non amo la folla e, visto che un pochino i fondali mediterranei li conosco e in più fotografo, preferisco andare da solo o al massimo con un solo amico...), o nelle fiere e in situazioni collettive (seminari, tavole rotonde...).
Comunque, sebbene le occasioni per vedere “sul campo” gli altri subacquei, un po’ anche perché mi sono riavvicinato alla didattica riprendendo a frequentare qualche piscina e qualche club, mi sembra che davvero il modo di concepire la subacquea sia cambiato.
Mi pare che la gente sia meno disposta a “soffrire” per formarsi come subacqueo, che ci sia meno la percezione dell’impegno che richiede l’andar sott’acqua. Per carità, va benissimo l’approccio più easy che hanno portato le didattiche statunitensi – voglio ricordare che io feci il cross-over da istruttore FIPS (la “vecchia” FIPS, quella appena rimasta orfana da Marcante) nel 1987 dopo diciotto anni di pratica in federazione, proprio per andare a provare nuovi territori della didattica. Però oggi, secondo me, anche per l’incoscienza di una fetta (spero minoritaria) di istruttori, i neo subacquei vengono formati con un po’ di leggerezza. Ma a parte questo argomento delle scuole è proprio la forma mentis di chi si avvicina oggi alla subacquea che mi sembra cambiata. È quello che ripetiamo con il giornale: ci sembra che manchi la passione. Oggi si sceglie di andar sott’acqua in alternativa ad un corso di bridge o ad un percorso di golf.
Tuttavia mi sembra di percepire anche che in molti che si sono avvicinati da poco alla subacquea (mesi o pochi anni) ci sia, sotto pelle, l’esigenza di avere qualcosa di più, una ricerca inespressa, anche perché le cose che si potrebbero cercare non sono più così a portata di mano come lo erano, per assurdo, a quelli della mia generazione.
A cosa pensi sia dovuto? si può tornare indietro?
Forse in parte al momento storico nel quale tutto si consuma rapidamente e con superficialità. Nelle grandi città prolificano i corsi che servono a passare il tempo, le serate. La gente si riempie di veline e pettegolezzi ai vari talk show, non c’è più il tempo per appassionarsi davvero ad un qualche argomento, a parte forse il calcio, viste le innumerevoli trasmissioni nelle quali ci si dilania nel chiosare un movimento che nella realtà è durato lo spazio di un battito di ciglia e con le varie supermoviole viene frazionato e diluito in intere mezz’ore. Si crede di approfondire e si ragiona con sempre maggior superficialità.
Il fatto che qualcuno si sottragga decidendo di dedicarsi ad un corso sub anziché ad uno di salsa o di bridge è quantomeno un fatto che fa ben sperare perché, forse, qualcosa che ancora attrae verso l’esplorazione c’è ancora.
Solo che questi fermenti in nascere andrebbero nutriti con una cultura che è sempre più latitante. Quelli della mia generazione avevano gli Olschky, gli Scuderi, i Soccol, e mi fermo qui perché la lista si allungherebbe troppo. Allora c’era ancora il fascino della scoperta e il piacere – per quei pochi che potevano permettersi viaggi “importanti” – di essere i primi a recarsi in una nuova località, conoscerne non solo i fondali ma anche le genti, le usanze, la natura, la storia, anche a costo di morire dal caldo perché non si sapeva neppure cosa fosse l’aria condizionata in quei luoghi o di sopportare di essere divorati da milioni di zanzare.
Oggi il viaggiatore – almeno quello italiano – se non ha il frigo bar, la televisione satellitare ed il cuoco italiano non prende in considerazione la meta. Sharm, che ai tempi del mio primo viaggio aveva solo tre alberghi, oggi è una sorta di Rimini in salsa egiziana, e uno va lì perché è (o crede di essere) in un luogo esotico e, soprattutto, perché riesce a pagare cifre bassissime rispetto a località meno esotiche ma più interessanti.
Quanto al “tornare indietro” è un discorso che non ha senso, secondo me. La società si è evoluta, ha nuovi linguaggi, nuovi modelli comportamentali ed è giusto che sia così. Bisogna, piuttosto, recuperare alcuni valori che si stanno dissolvendo riproponendoli con i linguaggi attuali, bisogna sconfiggere un alto tasso di utilitarismo che permea questa società, dal modo di gestire alcune AMP, al modo di condurre i corsi da parte di alcuni istruttori, dal modo, semplicemente, di immaginare una vita sempre più frenetica, che non ti lascia il tempo per un libro, e sempre più votata ad un consumismo vuoto di contenuti.
Si tratta di cercare di “far cultura”, e scusa la parolaccia, cercare di far conoscere anche alle nuove generazioni di subacquei le emozioni che hanno portato i primi pionieri anche a rischiare la pelle per “andare un po’ più in là”. Oggi la vita è di plastica, si cerca di garantire la sicurezza ad ogni costo in tutto quel che si fa (il mio non è un discorso contro la sicurezza, bada bene!) non osando più di buttare il cuore oltre l’ostacolo, come si diceva un tempo. Bisogna tornare a far desiderare di scoprire quel che c’è più in là, bisogna desiderare di superare i limiti, con coscienza, con preparazione, in sicurezza, ma per spostare il limite un po’ più i là.
E il proliferare dei corsi di subacquea tecnica stanno ad indicare che un desiderio in questo senso da parte della gente c’è. Salvo poi farsi assorbire in un altro modo dal sistema, per cui si va in trimix a sessanta metri. lo so che questo non è un discorso che dovrebbe fare un istruttore, ma so anche che ognuno deve essere libero di scegliere (e di prepararsi) ad andare là dove fino ad ora non si è arrivati. Che siano centimetri o metri di differenza. La differenza non la fa la misura, ma quel che si sente nel cuore.
Io sono stato un buon apneista. A vent’anni facevo sport agonistico ad alto livello, avevo un fisico tirato come una corda di violino e facevo apnee nelle quali avrei potuto leggermi “Guerra e Pace”. Ma non ho superato i venti, ventidue metri fin verso i venticinque-trent’anni. Perché mi dicevo, nonostante aspetti da oltre tre minuti “se vado più in giù muoio”. I miei migliori risultati in apnea li ho ottenuti dopo i trentacinque-quarant’anni scendendo molto più a fondo. Perché la testa me lo consentiva. Perché mi sentivo preparato. Ecco, secondo me oggi non c’è più, in generale, nessuno dei due processi: né quello che ti trattiene per la consapevolezza intima di non aver gli strumenti per poterti permettere un tipo di azione, né quello che ti consente, poi di realizzarla. Semplicemente sei anestetizzato: ti manca lo stimolo e il desiderio di “andare più in là”. Dobbiamo ritrovarlo e ritrovare le ragioni per farlo.
... e con questo mi sembra che la tua intervista “veloce veloce “ non lo sia poi più tanto grazie alla mia incontenibile logorrea.
Certo che se usassi questo fiato per rimettermi a fare apnea.....
He He! Grazie Paolo...e perchè no? l'estate è alle porte e quindi, un paio di tuffi in apnea tranquilli alle Cinque Terre ci stanno...
Le fotografie inserite ell'intervista provvengono dal sito personale di Paolo Bastoni, che potete raggiugere anche tramite questo link...
Intervista raccolta in esclusiva per "5 Terre Academy" il 20 maggio 2008.
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