|
TARAVANA: 
Il quadro clinico definito "TARAVANA" era già conosciuto nel lontano 1947, epoca in cui si hanno le prime documentazioni su disturbi neurologici, a volte anche mortali, che colpivano i pescatori di perle Polinesiani delle isole Tuamotu, i quali eseguivano dalle 40 alle 60 immersioni al giorno, ad una profondità variabile tra i 20 ed i 40 metri.
La discesa era di durata variabile tra i 30 e i 60 secondi, con un tempo totale d'immersione intorno ai 100 sec. ed intervalli di superficie, compresi tra 1 e 2 minuti.
Furono proprio questi pescatori a denominare questa patologia “Taravana” che nel loro linguaggio significa “pazzia”.
Con il progredire della ricerca e soprattutto delle immersioni con respiratore, si sono scoperte alcune patologie come la sindrome della Malattia da Decompressione: immediatamente dopo l'emersione, i sub possono sviluppare un quadro caratterizzato da emiparesi sino alla paralisi, disturbi della visione, perdita dell'udito, vertigini, ed in alcuni casi, morte.
Il quadro sintomatologico fu descritto per la prima volta da E.R. Cross nel 1958 e fu definito, nel medesimo anno, come una “sindrome di MDD nell’apneista”.
Il primo studio sulla possibilità che anche gli apneisti potessero essere colpiti da PDD, è ad opera del Dr. P. Paulev, ufficiale medico della Reale Marina Danese.
Il Dr. Paulev, in occasione di una esercitazione per ufficiali sommergibilisti, che simulava l’uscita in emergenza da un sommergibile, descrisse che, un ufficiale medico (lo stesso Pulev?) dopo 5 ore dal termine dell’esercitazione, presentò alcuni disturbi, anche gravi, quali dolori, paralisi degli arti inferiori, nausea, disturbi della visione, ovvero, caratteristiche sovrapponibili ad una PDD.
Nello specifico, il subacqueo in questione, aveva compiuto 60 immersioni ad una profondità di poco superiore ai 30 metri, con un tempo di immersione di quasi due minuti, intervallati da 1-2 minuti in superficie.
Fu trattato con terapia ricompressiva in camera iperbarica, come da tabelle per incidenti simili con respiratore, e risolse il problema.
Sono state formulate diverse ipotesi sull’origine dei sintomi del “Taravana”, il compianto prof. Ficini, ad esempio, nel Notiziario SIMSI N° 6 GIUGNO 1991 pubblicava un articolo dal titolo: “La malattia da decompressione nell’immersione in apnea”, nel quale affermava: “Diciamo subito che non siamo assolutamente d'accordo e sosteniamo che l'apnea, nelle condizioni di cui sopra, porta, con facilità, a sintomi e quadri clinici strettamente legati alla sofferenza ipo-anossica ed all'acidosi tissutale che deriva dall'orientarsi del metabolismo in senso anaerobico lattacido e dall'inevitabile aumento dell'anidride carbonica. […]”.
Attualmente, invece, proprio per l’aumento dei casi segnalati e degli studi successivi, si è orientati verso la possibilità che sia un caso di PDD nell’apnea.
Innanzitutto, il “Taravana” dipende dallo scarso tempo degli intervalli in superficie tra un’apnea e l’altra al fine di eliminare l’N2 dal sangue formatosi durante la rapida risalita dell’apneista, accumulo che diventa pericoloso dopo ore di apnea.
Molti sono i fattori che ne condiziona la comparsa e che ora vediamo nel dettaglio: 
Modificazioni dell'aria alveolare:
La misura dell'azoto alveolare in superficie, alla fine di una apnea, dimostra valori superiori al 79%, per effetto della diminuzione dell'O2 consumato a livello dei tessuti, senza un notevole aumento della CO2 tamponata dai tessuti.
Iperventilazione:
Blocco degli shunts polmonari e aumento della superficie di scambio alveolo-capillare, queste modificazioni facilitano il passaggio di Azoto dall'aria alveolare al sangue capillare.
Microbolle silenti (nuclei gassosi):
Sono già presenti prima dell'immersione ed aumentano di volume per effetto dell'azoto saturato, fenomeno accentuato dalla elevata tensione locale della CO2 sempre presente in questi apneisti quale conseguenza dell'intenso lavoro muscolare dovuto al pinneggiamento.
Risalita rapida:
in questa fase avvengono una serie di fenomeni come la liberazione delle microbolle e il successivo loro rapido aumento di volume (legge di Boyle), in conseguenza della rapida risalita.
Stress termico:
La termodispersione legata al freddo provocherà una vasocostrizione con ritardato rilascio di N2 dai tessuti.
Si consiglia, quindi, di rispettare tempi di emersione tripli rispetto al tempo di immersione, al fine di permettere la completa eliminazione dell’N2 dai tessuti.
Il primo soccorso nel “Taravana”: 
Prevede il solito protocollo che si adotta in caso di PDD con respiratore…
Respirazione di O2 normobarico ad alti flussi.
Somministrazione di liquidi.
Monitoraggio continuo dei parametri vitali ed eventualmente RCP se necessario.
Trasferimento rapido presso un Centro Iperbarico, e terapia ricompressiva in camera iperbarica, con Tabella 6 U.S. Navy.
Qualche piccolo Consiglio: 
Rispettare tempi di “superficie” tripli rispetto ai tempi di immersione.
Assunzione di liquidi.
Evitare apnee ripetute ad elevate profondità.
Ridurre con il passare degli anni, le quote operative ed il tempo sul fondo.
Nei periodi di immersione ripetute, per più giorni, concedersi un giorno di riposo ogni due-tre giorni.
Avere un compagno fidato che conosce le patologie da immersione e le nozioni di primo soccorso.
Conoscere i numeri e le locazioni dei centri di primo soccorso ed iperbarici.
Avere sempre con sé una bombola di O2.
Bibliografia: Dott. Massimo Malpieri.
Per contattarci: 
© 5 Terre Academy- 2007 - 2012 Tutti i diritti riservati -
Tutti i materiali pubblicati nel sito, salvo diversa indicazione, sono di proprietà dei 5 Terre Academy e/o dei rispettivi autori.
E' vietata la ripubblicazione anche parziale di contenuti testuali o immagini del sito senza autorizzazione scritta. |